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Due anni dopo Gheddafi

Zoom 7 dic Libia post gheddafi

Di Mustafa el-Fituri. Qantara.de (05/12/13). Traduzione di Alessandra Cimarosti.

Il sequestro del primo ministro libico Ali Zeidan all’inizio di ottobre, dimostra chiaramente quanto è catastrofica la situazione in Libia, due anni dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi.

La rivolta popolare in Libia era stata influenzata dall’intervento militare della NATO ed è ormai chiaro che il Paese, ancora in fase di ricostruzione, stia affrontando sfide anche più complesse rispetto a quelle che stanno vivendo ad esempio l’Egitto o la Tunisia. L’euforia che ha seguito il rovesciamento di Gheddafi è svanita da tempo. Due anni dopo la fine della dittatura, non ci sono più istituzioni funzionanti nel Paese. Sarebbe irresponsabile dire che la Libia ora si trova ad un incrocio. Questo incrocio è stato superato molto tempo fa e, purtroppo, gli eventi hanno spinto il Paese nella direzione opposta. Attualmente, la Libia sta diventando, e a tutta velocità, una seconda Somalia. Per sfuggire a questo scenario, il Paese dovrebbe superare una serie di sfide molto serie.

Il rapimento di Zeidan fa capire che la situazione in Libia rimane ingestibile. Se anche il primo ministro può essere sequestrato dal Corinthia Hotel, frequentato da ospiti internazionali e considerato uno dei posti più sicuri del Paese, come può affrontare la situazione un semplice cittadino medio?

Oggi è difficile distinguere i rivoluzionari che hanno combattuto sotto la guida della NATO e i “ribelli” che stanno approfittando della precaria situazione di sicurezza. Lontani da qualsiasi controllo, gruppi criminali attaccano intere regioni quotidianamente. Il ministro degli Esteri Abdul Ati al-Obeidi è stato certamente corretto quando ha dichiarato che le armi sono cadute nelle mani di 16.000 criminali che si pongono come “ribelli”. Un vortice di illegalità sta risucchiando la Libia.

Da ottobre 2011, tutti i governi di transizione libici hanno fallito nel compito più importante: disarmare i ribelli. E così come la nuova leadership rimane impotente di fronte al commercio di armi all’interno del Paese, fallirà sicuramente anche nella lotta al contrabbando internazionale. In poco tempo, la Libia è diventata un rifugio per gli estremisti che rappresentano una minaccia anche per i Paesi vicini. Questa situazione instabile, inoltre, gioca un ruolo negativo nella guerra civile siriana, dal momento che la maggior parte dei combattenti e delle armi dell’opposizione siriana provengono proprio dalla Libia.

Senza dubbio, i nuovi attori politici nella nuova Libia non sono all’altezza dei labirintici compiti che si trovano davanti, perché come la maggior parte dei membri dell’Assemblea Nazionale, mancano di esperienza, capacità nel governare o qualità nella direzione di un Paese. Molti di loro hanno vissuto per anni in esilio e conoscono poco delle complesse strutture sociali dell’attuale Libia.

La situazione politica ha impedito una crescita economica e dal 2011, bloccato l’espansione delle infrastrutture che precedentemente, prima del rovesciamento di Gheddafi, erano sostenute attraverso investimenti esteri. In particolare, le esportazioni di petrolio, la principale fonte di reddito del paese, sono state sistematicamente sabotate. Gruppi armati hanno controllato i campi petroliferi negli ultimi due mesi. Questo si è tradotto in una perdita di miliardi per lo Stato e la creazione di un enorme buco nel budget.

La sfiducia dei partner regionali nelle capacità di creazione di istituzioni statali ha portato ad una stagnazione politica nell’ Unione del Maghreb, così come nelle relazioni bilaterali della Libia con la Tunisia e l’Algeria. Anche le relazioni con i governi sub-sahariani sembrano essersi inacidite. La ragione è che il governo nazionale di transizione continua ad accusare un certo numero di stati africani di aver inviato mercenari in Libia nel 2011, per combattere al fianco del regime di Gheddafi.

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Roberta Papaleo

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