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La Dichiarazione di Marrakech sui diritti delle minoranze religiose

libertà di religione marocco

Di Najib George Awad. Al-Araby al-Jadeed (17/02/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk.

Dal 25 al 27 gennaio 2016, circa trecento leader mondiali di diverse dottrine del mondo islamico e di altre fedi che rappresentano le varie minoranze religiose insediate nei vari paesi musulmani, si sono dati appuntamento a Marrakech per discutere sul tema delle minoranze religiose nei paesi a maggioranza musulmana. Al termine del meeting è stato emanato un documento di rilevante importanza storica denominato “Dichiarazione dei diritti delle minoranze religiose nel mondo musulmano”.

L’incontro, oltre a sollevare nuovamente l’attenzione sui recenti casi di sofferenze e persecuzioni che subiscono ancor oggi le minoranze religiose nel mondo musulmano, commemora un’importante documento storico della storia dell’Islam, all’epoca del Profeta Muhammad, conosciuto come la “Carta di Medina”, che regolamentava appunto il rapporto fra le varie fedi e la neo-comunità islamica.

Leggendo questo prezioso documento, essendo un lettore appartenente ad una di quelle minoranze religiose (cristiani di levante) nel mondo arabo-musulmano, non posso che constatare, in primo luogo, l’enorme negligenza e l’incomprensibile indifferenza dei mass media arabi verso questo evento: a malapena i giornali e le TV hanno citato, discusso o pubblicizzato la conferenza.

Forse perché ciò che questo evento ha prodotto non rientra sotto la voce dei cosiddetti beni di consumo che girano nei tradizionali e sfarzosi mercati di ‘Okad (Dubai), nonostante le minoranze religiose nel mondo arabo, abbiano un disperato bisogno di rivedere e costruire la speranza di vivere alla luce di un documento dello spessore umanitario della Dichiarazione di Marrakech.

Un secondo punto da sottolineare in merito a questa Dichiarazione riguarda appunto lo spirito con cui si è arrivati a produrre il documento. Esso si rifà al pensiero sul discorso etico e umano del messaggio del profeta Mohammad e al testo sacro il Corano, mettendo da parte le tendenze ideologiche e dogmatiche che dividono l’esistenza in “fede-miscredenza, maggioranza-minoranza, Io-gli altri”.

Nel documento di Marrakech si parla di “tutti gli esseri umani” ed è radicato, nel testo, il pensiero che esalta i valori centrali di “libertà di scelta”, fra musulmani e i “nostri fratelli in umanità”, all’insegna della “giustizia, della pace, della compassione, attraverso la rettitudine, l’altruismo, la fedeltà e la convivialità” nei confronti degli altri.

Fino a quando, nel mondo arabo, il rapporto con le minoranze religiose continua a fondarsi esclusivamente sulla sfera legislativa e giurisprudenziale, a scapito delle profonde dimensioni etiche e umane del messaggio del Profeta Muhammad, della sua vita e del testo coranico, la condizione di insicurezza in cui vivono queste minoranze persisterà. La Dichiarazione risulta essere consapevole di questo problema storico, concentrandosi proprio sulla dimensione morale e umana e quindi essa stessa deve essere considerata come un’inequivocabile base di partenza su cui sviluppare il discorso e la convivenza religiosa tra le fedi.

Il testo ci spinge a considerare e sviluppare la dimensione morale umana come un base di partenza (parte I), per poi porre come base la carta di Medina quale modello testuale storico motivante e regolamentante (parte II), arrivando alla rivalutazione sistematica dei meccanismi di impiego della logica legislativa e delle sue applicazioni e implicazioni politiche, introducendo in essa i contenuti del puro umanitario e morale concetto religioso e dottrinale islamico (Parte III).

Ciò riflette una sorta di volontà di effettuare una profonda e coraggiosa autocritica che riguardi tutto il mondo arabo-islamico e farne, così, il punto di partenza verso ulteriori positivi sviluppi.

Come terzo punto fondamentale, infine, la dichiarazione sfiora, direttamente e con coraggio, il cuore della dimensione della vita delle società che trasformano le idee e i principi in azioni e in politiche sociali, che possono concretamente fare la differenza nella vita delle minoranze religiose delle comunità a maggioranza islamica.

La dichiarazione invita a consolidare il principio di cittadinanza e a riformare i programmi scolastici ed educativi, fino al conseguimento della cittadinanza contrattuale, e alla creazione di una mobilità culturale e intellettuale del tessuto sociale a favore della salvaguardia delle minoranze e contro ogni forma di disprezzo e umiliazione e, in particolar modo, rifiutare l’uso della retorica religiosa per giustificare atti di violazione dei diritti delle minoranze.

Non vi è alcun dubbio che vi sono aspetti e concetti nel testo della dichiarazione che hanno ancora bisogno di essere chiariti e analizzati. La Dichiarazione, infatti, (come qualsiasi altro documento di questo spessore) non è un testo integrale, né infallibile e nemmeno privo di carenze, dal momento che non esiste un testo di questo genere nella storia dell’umanità.

La soluzione nasce nel passare dalla sola retorica alla pratica. Invito, quindi, le istituzioni a organizzare riunioni, conferenze e attività varie, che non soddisfino solo l’ufficialità dell’etichetta dei protocolli a cui partecipano i vari leader religiosi, ma, bensì, lavorino per creare proficue reti di dialogo e creino costruttive strategie ai vari livelli culturali, accademici e giovanili.

Senza questo, la dichiarazione rimarrà soltanto un altro dei testi dimenticati o del tutto sconosciuti, perché non hanno realizzato il discreto successo mediatico che meritavano.

Najib George Awad è teologo e poeta originario della Siria, professore associato di teologia cristiana e direttore del International Ph.D. Program presso l’Hartford Seminary di Hartford – Connecticut (USA).

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Silvia Di Cesare

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