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Dialogo tra Russia e Arabia Saudita: con o senza Assad?

Di Lina Kennouche. L’Orient le Jour (13/10/2015). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Il presidente russo Putin ha incontrato, domenica scorsa, il ministro saudita della Difesa Mohammad bin Salman per discutere di una possibile soluzione politica del conflitto in Siria. Tuttavia, al di là della lotta contro Daesh (ISIS) e della cooperazione russo-saudita sul dossier siriano, non sembra delinearsi alcuna convergenza tra i due Paesi su una soluzione politica del conflitto. Riyad esige come condizione sine qua non la cacciata di Assad, obiettivo totalmente incompatibile con la posizione di Mosca per cui la soluzione va raggiunta includendo il presidente siriano nei negoziati. La rigidità di queste posizioni potrà mai evolvere cambiando i rapporti di forza?

Se è vero che il terreno militare non è il fronte di combattimento principale perché la guerra si vince o si perde prima di tutto sul terreno politico, sono però i rapporti di forza a determinare l’influenza degli attori coinvolti in un conflitto durante i negoziati. Il coinvolgimento russo non ha avuto fino ad ora, al di là delle dichiarazioni ufficiali, un’incidenza reale sul terreno politico dall’inizio dell’intervento aereo in Siria.

I rapporti di forza potrebbero trasformarsi solo a capo di un processo lungo e costoso che necessiterebbe il coinvolgimento delle truppe russe a terra, ipotesi esclusa da Mosca fino ad oggi.

Da parte sua l’Arabia Saudita insiste nella sua volontà di fornire nuovi approvvigionamenti in armi e munizioni all’opposizione “ribelle moderata”. Dall’inizio della crisi siriana, il desiderio espresso più volte da Riyad è stato quello di far cadere Assad, obiettivo che si inserisce nel quadro del suo confronto con l’Iran. Teheran ha consolidato la sua presenza in Iraq, gioca un ruolo importante in Yemen e si presenta come alleato indefettibile del regime siriano. Per questo lo scacchiere siriano è un terreno imprescindibile della strategia saudita per infossare l’influenza iraniana e per controbilanciare l’influenza di Teheran in Iraq.

L’articolo pubblicato in The New York Times, dal titolo “WikiLeaks Shows a Saudi Obsession With Iran”, il 16 luglio 2015, analizza l’atavica ostilità di Teheran  verso il lavoro compiuto da decenni in sordina dalla diplomazia saudita per concretizzare la sua agenda politica, tra cui l’attuazione di una strategia di finanziamento di gruppi integralisti nei Paesi della regione con equilibri precari, quali l’Afghanistan, e il divieto imposto ai paesi beneficiari di questi aiuti di accettare una mano dall’Iran sciita.

Il riavvicinamento tra Riyad, Doha e Ankara e il coordinamento militare sul terreno siriano hanno permesso una nuova alleanza militare che ha vinto molte battaglie nel nord della Siria. Ma l’intervento della Russia potrebbe sfociare in nuovi calcoli politici che non escludono l’emergere di un consenso russo-saudita, stabilito se Riyad riuscisse a mettere i bastoni tra le ruote nelle relazioni Teheran-Mosca. In effetti Russia e Iran hanno interessi convergenti riguardo la Siria, ma sono in concorrenza per la leadership regionale. La presenza della Russia in Siria rischia di accrescere la sua influenza a detrimento dell’Iran. In questa situazione Riyad potrebbe trovare un terreno d’intesa con la Russia, esercitando una pressione sui suoi alleati in Siria in cambio di una concessione russa sull’allontanamento  di Assad.

La scommessa di Riyad che consiste nel far emergere le contraddizioni russo-iraniane implica un’evoluzione decisiva che consacrerebbe la leadership di Mosca. La situazione per il momento è lungi dall’aver preso una direzione definita.

Lina Kennouche è una giornalista libanese, specialista di questioni politiche.

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Chiara Cartia

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