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Dal burqa al casco: le skater dell’Afghanistan

(El Mundo). Ginocchiere, casco e velo: l’ultima moda è quella dello skate a Kabul, in Afghanistan. Qui, lo skateboard è lo sport femminile più popolare, non solo nella capitale ma in tutto il Paese.

In una nazione dove le donne non possono guidare, né andare in bici, né giocare a calcio, e tantomeno giocare con un aquilone, lo skate diventa il simbolo del “sesso debole”. La ragione? Perché nessuno ha mai pensato di creare delle leggi contro gli skateboard e, fino ad allora, questo sporto potrà essere praticato dalle donne e dagli uomini.

L’avventurosa relazione delle donne afghane con lo skate è iniziata nel 2007. All’epoca, l’australiano Oliver Percovich aveva intenzione di iniziare una nuova vita in Afghanistan insieme alla sua fidanzata di allora – con la quale si era trasferito dall’Australia – ma i suoi piani andarono in fumo con la sua relazione. “Cercavo un lavoro per sbarcare il lunario e, nel frattempo, passavo ore in strada a pattinare. Lo skate attirava l’attenzione dei bambini e mi chiedevano sempre di fargli fare un giro”, racconta Percovich.

Fu allora che lo skater trovò la sua strada: “Visto il successo che aveva lo skateboard, organizzai una piccola area chiusa dove i bambini potessero fare pratica”, dice Percovich. “Nel 2009 avevamo già fondato la ONG e avevamo 1.500 alunni: 1.00 a Kabul e latri 500 nella nostra sede nel nord del Paese. Metà bambini e metà bambine”, spiega lo skater.

La ONG si chiama Skateistan e Percovich la gestisce orami da 8 anni. “La cosa sorprendente è che quando abbiamo iniziato lo skate era un sporto del tutto nuovo per la popolazione. Il fatto che non ci fosse alcun antecedente culturale ha giocato a nostro favore”, ricorda. “All’inizio dedicavo più tempo ad allenare le bambine, più che i bambini: sapevo che era importante per loro. Mesi dopo, le ragazzine erano di gran lunga migliori dei ragazzini”.

E sono proprio loro le ragazze che, nel 2012, hanno attirato l’attenzione della fotografa Jessica Fulford-Dobsonque, che quell’anno viaggio fino in Afghanistan per catturare i ritratti dei veli sugli skateboard, poi raccolti nella mostra “The Tales of Skateboarding in Afghanistan”. Oggi, quei volti sono il miglior biglietto da visita per illustrare il lavoro svolto da Skateistan: “Ogni tre mesi organizziamo delle campagne e andiamo casa per casa a convincere le famiglie a lasciare che le loro figlie si iscrivano”, racconta Percovich. Inoltre, tutte le istruttrici sono donne locali ed ex allieve e ci sono “giorni per i maschi e giorni per le femmine”.

Oggi, Skateistan è presente in Cambogia e anche in Sudafrica. In Afghanistan, le sue strutture costituiscono il complesso sportivo più grande del Paese e fungono anche da centri culturali di riferimento: “Al momento diamo lezioni di fotografia, cinema e cultura di base”, conclude Percovich.

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Roberta Papaleo

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