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Daesh non è un gruppo terroristico

Di Audrey Kurth Cronin. Foreign Affairs (25/02/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

DaeshDall’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno costruito progressivamente un apparato strategico e securitario estremamente elaborato, che coinvolgeva al contempo la politica interna e internazionale. L’obiettivo era adattare i propri sistemi di intelligence alla struttura e alle tattiche di quanto veniva annoverato nella galassia detta Al-Qaeda. Ora Daesh (ISIS) ha mostrato struttura e modalità di azione diversi dalle formazioni “terroristiche” di matrice politica o religiosa, ma più simili alle organizzazioni criminali come quelle dei narcotrafficanti sudamericani.

I gruppi terroristici generalmente contano poche centinaia di uomini, attaccano obiettivi civili, non controllano direttamente un territorio e non possono scontrarsi frontalmente con gli eserciti dei rispettivi governi. I cartelli del jihad invece, pur usando il terrorismo come tattica, hanno oltre 30.000 miliziani, controllano diverse aree di Iraq e Siria, hanno armi potenti e abbondanti, controllano vie di comunicazione, costruiscono infrastrutture, si autofinanziano e possono compiere sofisticate operazioni militari. Né un gruppo terroristico né un esercito, ricordano le organizzazioni criminali, ben radicate nel territorio, con una struttura che comprende quello che per i cartelli della droga sono i lords (una rete di capi, fino alla guida suprema, qui il califfo), i lieutenants (che possono compiere azioni di minor respiro senza consultare i capi, invito rivolto da un recente video di Daish), gli hitmen (sicari, soldati pronti a eseguire solo ordini diretti) e i falcons (con il compito di controllare la situazione e fare rapporto). Probabilmente perché un gran numero di combattenti viene da Paesi (anche occidentali) in cui esistono ben radicate strutture criminali e molti di loro hanno alle spalle un passato di crimini comuni, dalla truffa, al furto a violenze di vario genere.

Le fonti di finanziamento sono praticamente le stesse. In Iraq e Siria i cartelli del jihad contano sul contrabbando (reperti archeologici, armi e petrolio) e sui “donatori”, più o meno inquadrati all’interno degli equilibri regionali. Quanto al Sahel, oltre al traffico di migranti, diversi studi hanno dimostrato che questi gruppi incontrano regolarmente da anni gli sgherri del narcotraffico sudamericano. Un asse che si sviluppa attorno alla cosiddetta “autostrada 10”, il decimo parallelo che costituisce il tratto più breve tra la Colombia e il continente Africano. Lì atterrano gli aerei carichi di cocaina da trasportare lungo le antiche vie carovaniere del Sahel, attualmente utilizzate dai cartelli del narco-jihadismo. Ecco che al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), il Movimento per l’unicità e il jihad in Africa Occidentale (Mujiao), Ansar Dine e Boko Haram vivono dei profitti del traffico di cocaina. I riscatti dei rapimenti dunque sono più uno strumento di affermazione propagandistica del loro potere che una fonte di guadagno.

Dalla paraeconomia alla parapolitica, dall’inizio degli anni 2000 in Africa è in atto un processo verso la narco-economia sul modello latino-americano, contestuale alla progressiva diffusione del traffico di droga in Mali. In questo quadro si può inscrivere quanto ora accade in Libia, terra di contrabbandieri di migranti (come molti cartelli della droga sudamericani) e di armi, quelle rubate dalle caserme durante la “rivoluzione” e quelle inviate dagli “amici della Libia”. Un terreno fertile, poiché le milizie controllano capillarmente le rispettive zone e vegliano sul traffico persino di medicine. Vale la pena ricordare che durante il regime di Muammar Gheddafi l’economia illecita era in mano a funzionari dello stato.

Audrey Kurth Cronin insegna scienze politiche alla George Mason University.

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Carlotta Caldonazzo

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