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Daesh ha bisogno della Libia per le sue operazioni in Nord Africa

Di Mohamed Chtatou. Your Middle East (26/01/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Nel 2011 quando Gheddafi fu ucciso, tutti pensavano che si trattasse di un nuovo inizio per il Paese: una Libia libera e democratica. Ma non fu così, la Libia diventò violenta, tribale, patriarcale e divisa. Tuttavia nuove speranze sono emerse con l’accordo raggiunto il 17 dicembre nella città marocchina di Skhirate, grazie alle negoziazioni guidate dall’UMSIL (Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia), tra i diversi protagonisti della crisi libica. Ma questo accordo non ha portato alla fine delle agitazioni. Troppi sono i gruppi che in Libia si contendono il potere. Senza contare Daesh (ISIS), presente attraverso organizzazioni terze in tutto il Paese, per il quale questo accordo non significa nulla.

Dai tempi dell’Impero Ottomano fino alla morte di Gheddafi, la Libia ha avuto un governo fortemente centralizzato che delegava un potere minimo alle regioni. Le tribù esistevano ma avevano solo un ruolo onorifico e un’esistenza culturale, niente di più. A volte venivano utilizzate per rafforzare il potere dello Stato in cambio di privilegi. Quando il colonnello Gheddafi ha rovesciato il re Idris Senusi nel 1979, nel nome della rivoluzione, consolidò ulteriormente lo Stato. Sottomise la popolazione attraverso generose elargizioni di denaro e ingenti rendite. In questo modo, Gheddafi si assicurò il controllo totale dello Stato e la legittimità per liberarsi dei gruppi e degli individui recalcitranti. Dopo l’inizio della primavera araba nel 2011 e le rivolte della regione Cirenaica contro il governo di Gheddafi, la Nato decise di stare dalla parte dei rivoluzionari di Bengasi per rovesciarlo, ma dal cielo, senza mai mettere piede nel Paese. Quando le forze di Gheddafi cominciarono a lasciare il paese, gruppi tribali e religiosi ebbero accesso a un vasto arsenale e cominciarono a desiderare di governare e di avere accesso a una fetta della torta di petrolio.

Oggi l’istinto tribale e religioso sembra più forte che mai, per diverse ragioni: l’affermazione del potere tribale patriarcale e non democratico sotto la copertura dell’Islam, l’abilità di disporre della ricchezza del Paese vendendo petrolio senza dover pagare delle tasse ad un governo centrale, il controllo del commercio di contrabbando e, più importante, l’organizzazione del traffici migratori verso l’Europa. Per queste ragioni, molti di questi gruppi considerano una riconciliazione nazionale in Libia come una minaccia al loro potere illimitato e alle loro attività di lucro. Allo stesso modo Daesh ha bisogno della Libia per le sue operazioni in Nord Africa: per diffondere le sue brigate paramilitari e organizzare la sua rete terroristica. Principalmente per preparare le sue pedine politiche e prendere il potere dopo il caos. Avere il controllo del Nord Africa, che è il ventre molle d’Europa, equivarrebbe ad essere pronti a recuperare, con il terrore e la forza, Al-Andalus dai cristiani cattolici di Spagna.

Se la Libia non sarà pacificata a breve, il mondo intero lo rimpiangerà. Pacificare la Libia aiuterà senza dubbio la lotta al radicalismo religioso in Africa Occidentale e taglierà l’ancora di salvezza di Boko Haram, attivo nella zona, così come di Al-Qaeda nel Magreb Islamico (AQMI). Per assicurare la pace in Libia e la stabilità nel resto del mondo dovrebbero essere realizzate le seguenti azioni: 1) Trasformare l’UMSIL in una forza di peacekeeping più potente; 2) Disarmare le milizie; 3) Addestrare un esercito nazionale e una forza di polizia; 4) Effettuare uno studio culturale; 5) Adottare un sistema di governo federale; 6) aiutare il Paese a creare un’economia aperta e competitiva.

Se i gruppi armati continueranno ad essere sciolti e incontrollati, la Libia diventerà una nuova Somalia, che potrebbe essere dirottata da gruppi terroristici come Daesh o Al-Qaeda. Al momento il futuro è molto fosco e la Libia è un pericolo letale per l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. È necessaria un’azione urgente da parte della comunità internazionale, prima che sia troppo tardi.

Mohamed Chtatou è professore all’università a Rabat. È inoltre un analista politico per media britannici, sauditi e marocchini.

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