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Come creare un governo islamico, e non un Stato

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Molti degli Stati che oggi si definiscono "islamici" sono in realtà fondati su di un modello colonialista europeo con qualche aggiunte di islam qua e là

Di Asifa Quraishi-Landes. Middle East Eye (17/02/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

A partire dal Pakistan nel 1947, molti paesi del mondo moderno si sono definiti “Stati islamici”, fino ad arrivare al sedicente Stato Islamico di Daesh (ISIS), che però non va affatto preso in considerazione. Ma che modello stanno seguendo questi Stati? Esiste un modello prestabilito di governo islamico? Non proprio. Piuttosto, stanno seguendo un modello europeo e colonialista, con qualche aggiunta islamica qua e là.

Le forze europee hanno smantellato i sistemi legali e politici esistenti nei territori a maggioranza musulmana e li hanno rimpiazzati con sistemi giudiziari basati sul concetto europeo di Stato-nazione. Oggi, i Paesi a maggioranza musulmana in tutto il mondo hanno sistemi legali che fanno riferimento all’era coloniale. Egitto, Iran, Pakistan, Nigeria e Malesia sono tutti ottimi esempi. Questa trasformazione crei non pochi problemi a chi sia interessato a capire il concetto di governo islamico.

Lo Stato-nazione europeo è basato sull’idea del monismo giuridico, in cui tutte le leggi vengono dallo Stato. Ma i sistemi giuridici islamici pre-coloniali erano basati sul pluralismo, dando spazio sia alla legge dello Stato che a quella non statale. In particolare, vi erano due tipi di leggi: la sisaya, emanata dai governanti, e il fiqh, il diritto dei religiosi (fuqaha); insieme, formano la base per la shari’a, la legge islamica.

Operando in maniera indipendente e complementare, sisaya fiqh hanno diversi ruoli e scopi nell’ordine giuridico: il fiqh stabilisce le regole e le linee guida per vivere una vita da buon musulmano, sono basate sulle scritture dell’islam (il Corano e gli Hadith del profeta Muhammad) e ne esistono diverse scuole e interpretazioni; la sisaya comprende leggi create dai governati per una società efficace e sicura, quindi per servire il bene comune (maslaha amma).

La separazione tra sisayafiqh ha protetto le società musulmane dalla teocrazia, tenendo separati i governanti dai fuqaha. In queste società, ogni individuo (anche se non musulmano) è libero di scegliere la sua scuola fiqh che predilige in termini di, ad esempio, diritti coniugali o distribuzione dell’eredità, ma tutti, a prescindere dalla loro affiliazione religiosa, devono sottostare alla stessa sisaya, per tutto ciò che ha ache fare, ad esempio, con i prezzi del cibo, il diritto del lavoro e il codice della strada.

I sistemi giuridici basati sulla shari’a, dunque, permettono a questi due tipi di leggi di coesistere, assicurando anche una certa prosperità della società. Questo metodo era adottato, a livello costituzionale, dalla maggior parte dei sistemi islamici prima dell’era moderna: dagli Abbasidi di Baghdad ai Fatimidi del Cairo, dagli Andalusi della Spagna meridionale fino agli Ottomani di Istanbul. Tuttavia, oggi i governi musulmani conservano poco e niente di quel sistema. Persino gli islamisti sembrano averlo dimenticato. Per questo oggi vediamo Paesi come Egitto, Iraq, Yemen, Siria e Afghanistan che cercano di reimporre la shari’a come base o fonte della loro Costituzione.

In tutti questi sforzi per “islamizzare” lo Stato, i movimenti politici islamici non hanno però mai messo in discussione il concetto di Stato-nazione, limitandosi invece ad aggiungere l’attributo “islamico”. Si propone dunque un sistema di monismo giuridico in cui le autorità dello Stato sono le sole responsabili della shari’a. Ma in un sistema simile, in cui si impone “una legge per tutti” anche sul fiqh, i timori di un’oppressione teocratica sono forti.

Non ci si rende conto, dunque, che invece di ripristinare la shari’a nelle loro società, questa svolta verso un modello di governo da Stato-nazione monista l’ha di fatto alterata: senza una netta distinzione tra fiqh siyasa, molti Paesi a maggioranza musulmana hanno creato sistemi para-teocratici, dove è il solo governo a imporre la shari’a come legge di Stato. Per una religione come l’islam che non ha mai avuto una “chiesa”, questo è un cambiamento molto pericoloso.

Contrariamente a quanto si crede, una “riforma islamica” non è la risposta al problema, così come il secolarismo non è l’unica soluzione per fermare la teocrazia. In poche parole, non c’è bisogno di una riforma legale, ma strutturale. Il messaggio è questo: un governo applica correttamente la shari’a quando tutte le leggi da esso emanate hanno a che fare con il bene comune.

Questo modello costituzionale è ben diverso dal cosiddetto “Stato islamico” di oggi, dove il fiqh è considerato come l’unica via per applicare la shari’a. Invece, proteggere il bene comune è la prima responsabilità di un governo islamico. In questo modo, i musulmani possono avere la shari’a come legge di Stato, senza però imporre regole religiose uguali per tutta la popolazione. Invece di accettare le norme costituzionali attuali che conferiscono tutta l’autorità legale al potere scorano centrale, questa visione del costituzionalismo islamico apre nuove opportunità per i governi islamici, evitando sia il secolarismo che la teocrazia.

Asifa Quraishi-Landes è professoressa di legge presso la Facoltà di Legge dell’Università del Wisconsin Law School ed è specializzata in diritto costituzionale americano e in diritto islamico.

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