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Costituzione tunisina: una luce nel tunnel della “primavera nera”

Zoom costituzione tunisiaDi Ismail Dibara. Elaph (06/01/2014). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Molti tra quelli che avrebbe voluto risparmiare al proprio Paese spargimenti di sangue e guerre, desidererebbero che l’esperienza democratica tunisina nascente si trasformasse in un modello da seguire.

Dopo esser stata il primo Paese a ribellarsi alla dittatura, rovesciandola in meno di un mese e guadagnandosi il titolo di “culla  della primavera araba”, ecco che  la Tunisia regala una nuova speranza agli arabi con una nuova Costituzione.

Non ci sono indicatori che mostrino che il conflitto nei Paesi coinvolti dalla primavera araba porterà a breve alla realizzazione degli obiettivi rivendicati dai ragazzi scesi per strada, che si possono riassumere in “libertà, democrazia, pane e dignità”. Tuttavia, dalla Tunisia, teatro di moti e difficoltà legati al “governo islamico moderato” di transizione che ha finora guidato il Paese con la collaborazione di due partiti laici, è partita la promessa di risveglio che il popolo aspettava.

La sorpresa maggiore, per i tunisini e forse anche per i loro vicini libici ed egiziani, è arrivata quando l’Assemblea Costituente, dominata dagli islamisti, ha iniziato a deliberare. Sono così apparse le prime prove che la Tunisia promulgherà una Costituzione senza precedenti nella regione stravolta delle primavere arabe.

Dei 169 deputati, ben 159 hanno partecipato al voto sull’Art. 20 della nuova Costituzione, che decreta l’uguaglianza di uomini e donne nei diritti e nei doveri. L’articolo recita: “Tutti i cittadini e le cittadine hanno uguali diritti e doveri. Sono uguali davanti alla legge senza discriminazione alcuna. Lo Stato garantisce ai cittadini e alle cittadine i diritti e le libertà individuali e collettive, e assicura le condizioni di una vita decente”. Un altro articolo vieta l’incitazione alla violenza, così come il tafkir (qualificare una persona come miscredente). Inoltre, l’Art. 6 recita: “Lo Stato è il guardiano della religione. Garantisce la libertà di coscienza e il libero esercizio del culto, è il protettore della dimensione sacra, garante della neutralità dei luoghi di culto rispetto a qualsiasi strumentalizzazione di parte”.

Tutto ciò è stato ottenuto facilmente?

Ovviamente la risposta è no. Dalle elezioni dell’ottobre 2011 e l’arrivo degli islamisti al governo, la Tunisia ha dovuto sostenere un fardello pesantissimo: il caos legato alla sicurezza, l’espansione del salafismo e del terrorismo, il deterioramento dell’economia, le tensioni sociali, la diminuzione del turismo, i fanatismi politici e l’ampliarsi delle differenze di classe. Nell’ultimo anno, poi, si sono aggiunti gli omicidi di due laici, Chokri Belaid e Mohammed Brahmi, in seguito ai quali si sono scatenate altrettante crisi politiche che hanno quasi fatto crollare lo Stato.

Da parte loro, gli islamisti tunisini hanno fatto molte concessioni affinché la nuova Costituzione prendesse questa forma. Gli osservatori non vedono queste concessioni come atti di cortesia, né come finta “moderazione”, né come frutto di un accordo con gli avversari laici. Esse sono invece il risultato delle lotte portate avanti dal movimento femminista e dall’opposizione progressista per minare alla base i propositi di Ennahda e dei suoi alleati e impedire così che la nuova Costituzione assomigliasse a quella stipulata dai Fratelli Musulmani in Egitto.

Tuttavia, malgrado quanto compiuto in Tunisia, il Paese rimane ancora soggetto alle critiche internazionali: alcune organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty International, hanno fatto appello affinché venga modificato un capitolo nella nuova Costituzione per includere la “supremazia di tutti gli accordi internazionali” conclusi dalla Tunisia sulla legge nazionale.

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Chiara Cartia

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