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Cosa è successo in Libia?

Di Fahmi Huwaidi. As-Safir (17/02/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Libia mappaPrima di affrontare la questione dei raid egiziani sulla Libia, bisogna fare alcune considerazioni. Siamo di fronte ad un’organizzazione criminale – Daish (ISIS) – che da quando ha proclamato il suo Stato non ha trovato ostacoli. Gli autori dei crimini in Libia provengono dal cosiddetto “Califfato Islamico”, con capitale Raqqa, in Siria. Sebbene Daish si collochi geograficamente nei Bilad al-Sham [la Grande Siria, ndr], le sue radici ideologiche derivano dalla penisola araba. In altre parole, la dottrina salafita jihadista, che costituisce il suo punto di riferimento fondamentale, si basa sugli insegnamenti e le interpretazioni della scuola wahhabita.

Premesso ciò, la situazione in Libia è molto più complicata di quanto ce la descrivano i media. Stando alle dichiarazioni ufficiali, i raid aerei egiziani hanno colpito la città di Derna, principale roccaforte di Daish in Libia. Già l’anno scorso, i media egiziani riportavano notizie riguardo alla presenza lì di estremisti egiziani, i quali avrebbero costituito il cosiddetto “Esercito Egiziano Libero”. Col tempo però non si sono rivelate altro che voci diffuse per ragioni politiche e tattiche. Cosa ancor più importante, Derna era effettivamente una roccaforte di estremisti e terroristi, tuttavia non è rimasta così all’ombra degli sviluppi degli ultimi quattro anni. L’ideologia salafita jihadista, infatti, si è diffusa nel resto della Libia, soprattutto tra le tribù conservatrici. La debolezza dell’autorità centrale e l’ampiezza dei confini, poi, hanno aperto le porte ad un gran numero di attivisti provenienti da Tunisia, Algeria, Yemen, Sudan, ma anche dall’Occidente e da Paesi africani come Mali, Niger e Ciad.

L’attacco su Derna, città costiera vicina al confine con l’Egitto, forse ha colpito i campi e i depositi di armi, ma non si può dire lo stesso degli obiettivi nascosti nella boscaglia circostante. Restano inoltre gli interrogativi sulle basi di Daish tra le tribù del centro – dove erano detenuti gli egiziani prima di essere giustiziati – e quelle che si trovano a Bengasi, ad est.

D’altra parte, è noto che in Libia si trovano più di un milione di egiziani, sparsi in diversi luoghi e segmenti della società – fattore che qualsiasi azione militare egiziana non può ignorare. Né si può trascurare il fatto che alcuni vogliono rimanere in Libia nonostante i rischi, perché sono convinti che tornare in Egitto sarebbe peggio.

La domanda che ci si deve porre è: davvero i raid aerei risolveranno la questione? La mia risposta è no. I bombardamenti possono infierire un duro colpo, questo sì, ma non rappresentano la soluzione. Quali sono allora le altre opzioni? Non c’è una risposta chiara, ma si potrebbe ad esempio ripensare il modo di trattare con la Libia, dopo che è diventato chiaro che scommettere sul gruppo di stanza ad est non è sufficiente.

Alcuni storceranno il muso e si opporranno al tentativo di legittimare l’altra parte dominante a Tripoli, alla quale i media egiziani si rifiutano di fare riferimento se non negativamente, così il discorso politico egiziano la ignora con il pretesto della legittimazione. Costoro confondono la situazione egiziana con quella libica e intrattengono rapporti con la Libia allontanandosi dalla via dell’antagonismo e della totale esclusione in Egitto.

Questo è l’inizio dell’errore nella considerazione politica della questione, perché il rapporto tra le due parti è radicalmente differente dalla situazione in Egitto. Nessuna delle due può annullare e fare uscire dalla scena libica l’altra e per questo non c’è scampo dalla comprensione che combina le due e cerca di trovare una soluzione per ripristinare la sicurezza e la stabilità nei territori libici, perché, finché non si concretizzano, i gruppi terroristici continueranno a spadroneggiare nel Paese e ad essere una fonte di minaccia per la pace civile in Libia e la sicurezza nazionale dell’Egitto.

Fahmi Huwaidi è un giornalista egiziano.

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Cristina Gulfi

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