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Cosa avrebbe fatto Gesù per i profughi?

Di Halim Shebaya. The World Post (5/02/2016). Traduzione e sintesi di Giusy Regina

L’Europa si ritrova ad affrontare una vera e propria crisi di profughi e non una semplice migrazione. Centinaia di migliaia di profughi fuggono da diverse zone di guerra e da città che sono state completamente distrutte, dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011 fino ad ora. Un forte segno di solidarietà (tardivo) è emerso in seguito alle immagini del corpo del piccolo Aylan sulla riva del Mediterraneo. Tuttavia, i cuori delle persone si sono nuovamente induriti in seguito agli attacchi di Parigi del mese di novembre 2015 e dei fatti di Colonia della notte di Capodanno. 

Ovviamente, anche in questo contesto, la questione religiosa viene fuori con preponderanza. “Un elefante in una cristalleria”, così qualcuno l’ha definita. Il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, è stato più esplicito, parlando della necessità di costruire una sorta di recinto lungo 175 km, per contenere l’allarme di questa “minaccia alle radici cristiane dell’Europa”. La Slovacchia dal canto suo ha deciso di accettare solo i profughi cristiani e il Presidente ceco ha mostrato ipotesi simili.

Anche negli Stati Uniti sono stati espressi punti di vista a dir poco oltraggiosi, in particolare da parte dei candidati repubblicani alla presidenza, che si sono detti a favore dell’accoglienza dei cristiani negli USA e contro quella dei musulmani. 

E nonostante il diritto internazionale e i diritti umani, mi è capitato di sentire e di leggere punti di vista che respingono tali considerazioni come politically correct. Ma gli appelli per aiutare i profughi ed evitare altre perdite di vite possono essere considerati semplici “valori liberali” o si può fare un  ragionamento cercando di seguire e sostenere i “valori cristiani”? In altre parole, possiamo ricavare una lista di “buone pratiche” da applicare attraverso una lettura del Nuovo Testamento, in risposta alla domanda: che cosa farebbe Gesù se si trovasse di di fronte ad una crisi di profughi?

Cosa farebbe Gesù, per esempio, se avesse ascoltato i report sui bambini annegati in mare?

Il linguaggio del Nuovo Testamento è semplice. Se un seguace di Gesù vuole accogliere Gesù, dovrebbe accogliere “uno di questi piccoli bambini”. E chi accoglie i bambini non accoglie solo Gesù, ma “Colui che Lo ha inviato”, cioè Dio Padre secondo la spiritualità cristiana. “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Marco 9, 37).

E cosa farebbe Gesù se avesse sentito parlare di decine di persone “straniere” e bisognose di riparo, cibo, bevande e di un passaggio sicuro?

Una risposta può essere data anche qui attraverso la lettura di un testo del Vangelo di Matteo estremamente significativo, che parla del giudizio finale. Gesù racconta una parabola in cui Dio accoglie persone nel suo Regno. Perché? “Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Matteo 25, 35-36). Allora, nel testo, quei giusti chiedono al Signore “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E Gesù risponde loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E specularmente, vale la condanna per chi invece queste cose non le ha fatte.

Inoltre, nella parabola del “buon samaritano” è altrettanto chiaro il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”.

E quando viene chiesto a Gesù “chi è il mio prossimo?” Gesù racconta la seguente storia in cui descrive anche cosa vuol dire non amare il prossimo: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fascò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno'”. A quel punto della parabola, Gesù chiede al suo interlocutore chi dei tre sopra si sia comportato da “prossimo” nei confronti dell’uomo malmenato. Quegli rispose: “‘Chi ha avuto compassione di lui’. E Gesù gli disse: ‘Va’ e anche tu fa così'” (Luca 10, 30-37).

Idealmente, non ci dovrebbe essere bisogno di ricorrere ai valori religiosi quando si tratta di rispetto di altri esseri umani. Ma quando i politici invocano valori cristiani, tra cui il Primo Ministro britannico David Cameron, definendo la sua nazione “cristiana”, è importante ricordare quello che Gesù ha detto riguardo ai bisognosi, agli emarginati e agli ultimi.

Si può solo sperare che coloro che scelgono di fare riferimento a questi valori religiosi mettano lo stesso impegno per assicurare che siano rispettati nella pratica e nella politica, piuttosto che utilizzati come giustificazione per discorsi xenofobi, chiudendo le frontiere e inasprendo le politiche di immigrazione.

Questo è un momento in cui la solidarietà internazionale è urgente e necessaria per affrontare un problema globale che non è principalmente e specificamente culturale o religioso. Si tratta di esseri umani che hanno bisogno di compassione (in senso cristiano), aiuto e speranza.

Halim Shabaya è un analista ed editorialista del Medio Oriente.

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Giusy Regina

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