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Il corpo come arma di guerra

Di Amir Taheri. Asharq al-Awsat (29/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Ogniqualvolta una nuova atrocità viene commessa nel nome dell’Islam in un paese occidentale, i governi e i vari think-tank si trovano ad affrontare la solita inevitabile domanda: cosa possiamo fare per fermarli?

Di solito, questa domanda riceve quattro diverse risposte:

  1. La prima afferma che tutto ciò non ha niente a che fare con l’Islam e che dovremmo piuttosto concentrarti sull’islamofobia come principale pericolo per la coesione sociale.
  2. La seconda risposta viene da chi insiste che ogni musulmano rappresenta una potenziale minaccia, ostacolandone l’arrivo o rispedendoli nei loro paesi d’origine.
  3. La terza risposta vuole le politiche estere delle democrazie occidentali responsabili di tutte le miserie che i musulmani di tutto il mondo stanno soffrendo.
  4. La quarta risposta suggerisce l’adozione di misure militari e di sicurezza che assicurerebbero alle democrazie occidentali almeno un’altra generazione di guerre e conflitti.

Ognuna di questa risposte mi suona problematica:

  1. La narrativa del “non ha niente a che fare con l’Islam” fa acqua da tutte le parti: se un musulmano o una musulmana mentono, il giudizio è solo nelle mani della volontà del Divino, non esiste nessun meccanismo di intermediazione.
  2. Incolpare ogni musulmano per qualsiasi azione commessa da un altro musulmano, va contro uno dei principi delle civiltà occidentali: la colpa per associazione. Ad ogni modo, sono circa 30 milioni i musulmani residenti nell’Unione Europea e almeno altri 7 in Canada e Stati Uniti: prenderli tutti insieme e rispedirli a casa non dev’essere così facile.
  3. La terza risposta è sia ingenua che offensiva nei confronti dei musulmani, in quanto implica che i musulmani non sono abbastanza maturi da fare i loro errori e pagarne le conseguenze. Significa anche che l’elettorato occidentale non è abbastanza maturo da decidere quale politica estera adottare.
  4. La quarta risposta pecca di ambiguità: le democrazie occidentali devono trasformarsi in Stati di polizia spiando sui loro cittadini? Dovrebbero bombardare ogni luogo del mondo associato con i musulmani?

Ad ogni modo, la domanda rimane: come fermare quanti sono pronti a dare la loro vita per uccidere altre persone? I leader del terrore islamista, che vogliono conquistare il mondo e convertire tutta l’umanità al loro tipo di religione, hanno adottato una nuova strategia, usando il corpo umano come arma e come scudo.

La causa alla base di questa tragedia è la narrativa che divide l’umanità in fedeli e infedeli, una narrativa che incita all’odio tra seguaci di diverse religioni. Questo discorso non interessa molti musulmani, anzi alcuni ne sono disturbati. Tuttavia, è abbastanza forte da sedurre anche solo l’1% dei musulmani del mondo (13 milioni) e mettere tutti nei guai.

Gli attacchi perpetrati alle nazioni occidentali a partire dall’11 settembre 2001 hanno causato migliaia di vittime. Ma i kamikaze e i loro alleati sono anche responsabili della morte di quasi mezzo milione di musulmani in Algeria, in Egitto, in Turchia, in Iraq, in Arabia Saudita, in Pakistan, in Afghanistan negli ultimi vent’anni.

In altre parole, abbiamo tutti lo stesso nemico: il nemico dell’umanità.

Amir Taheri è un celebre giornalista iraniano, ex caporedattore del quotidiano Kayhan.

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