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Copertura notizie in Egitto: polarizzata, politicizzata, condizionata

bizcafDi Sarah El Masry (Daily News Egypt, 27/08/2013). Nella situazione politica egiziana, uno degli strumenti essenziali per capire la complessità delle vicende in corso sono i media, ossia quell’istituzione che dovrebbe andare alla ricerca della verità per poi presentarla al pubblico. Tuttavia in Egitto, molti dei media locali sono polarizzati, politicizzati e parziali e quelli internazionali non possono fungere da alternativa per assicurare una copertura oggettiva degli eventi a causa delle difficoltà che incontrano.

Il 13 agosto, le forze di sicurezza hanno sferrato un attacco nella Piazza Al Nahda e vicino alla moschea Rabaa Al Adaweya per disperdere dei sit in in appoggio a Morsi. L’operazione ha causato 800 morti tra i manifestanti per un totale di 1300 deceduti in Egitto come risultato di violenti aggressioni alle stazioni di polizia, chiese, negozi gestiti da copti e a causa della violenza degenrata per strada. La copertura mediatica di come sono stati fatti sgomberare i manifestanti così come il racconto dello svolgersi degli eventi che hanno portato all’evacuazione della piazza è variata a seconda della fonte, con l’evidente supporto di una delle parti.

Un post che si è diffuso sui social network paragona la copertura della dispersione dei sit in da parte di due canali diversi, entrambi molto importanti: descrive come al pubblico di Al Jazeera Mubasher Misr (proprietà del Qatar) sono state mostrate le forze di sicurezza che sparano ai membri della Fratellanza e ai loro sostenitori.  Al-Arabiya invece(di proprietà saudita) mostra le forze di sicurezza che aiutano i manifestanti. Questo post mostra lo stato di polarizzazione dei media, locali e internazionali, che coprono la situazione in Egitto. Mostra anche come la cornice degli attuali eventi risenta della politica sottostante ai proprietari dei canali mediatici,.

LA TV

La polarizzazione non è un fenomeno nuovo nella scena mediatica egiziana e non ha fatto che aumentare dopo la rivoluzione del 25 gennaio. Tuttavia, sotto Morsi, i racconti mediatici hanno iniziato a concentrarsi intorno alle due parti in gioco nel conflitto politico: la fazione islamista quella a lei opposta. La maggior parte dei canali tv, privati o di proprietà dello Stato così come i canali religiosi avevano alle spalle gli Islamisti mentre i canali “secolarizzati” rappresentavano l’opposizione.  Alcuni presentatori e giornalisti sono rimasti imparziali ma la maggior parte riflettevano la polarizzazione tra le due parti. Entrambi i campi sono stati accusati di creare teorie cospirazioniste, di diffondere dicerie e accuse per cui  il confine tra realtà e finzione si è fatto molto labile.

I canali islamisti, in particolare Al-Nas and Al-Hafez, hanno spesso sfruttato retoriche settariste contro i copti, sostenendo che costituivano la maggioranza dei manifestanti contro il presidente Morsi. Allo stesso tempo il governo di Morsi accusava i media per la sua caduta. Durante la crisi del gas, a giugno, l’ex ministro Bassem Ouda, accusava i media di diffondere informazioni sbagliate rispetto ai tagli di gas che ha portato al formarsi di code chilometriche per far rifornimento. Dall’altra parte, i media secolarizzati hanno accusato il governo di impedire la libertà di espressione.

Il giorno in cui i militari hanno destituito Morsi, vari canali islamisti come al.Nas, al Hafez e Misr 25 (di proprietà dei Fratelli Musulmani) sono stati oscurati dal governo ad interim. Funzionari della sicurezza hanno anche fatto irruzione negli uffici di al Jazeera Mubasher un giorno dopo la destituzione.

Malgrado la chiusura di questi canali sia vietata da organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, il governo l’ha giustificata come un mezzo per “eludere la violenza e la diffusione dell’odio nel paese”, secondo il portavoce delle forze armate Ahmed Ali. Oggi pochissimi canali, la maggior parte non egiziani, rappresentano ancora gli interessi dei Fratelli Musulmani.

Rasha Abdulla, professore associato ed ex presidente del dipartimento di giornalismo e mass media all’università americana del Cairo spiega che i media riflettono la profonda polarizzazione nella società egiziana e che oggi esiste una tale rabbia nei confronti dei Fratelli Musulmani per aver gestito male il paese che quando i media adottano una lente anti-islamica le persone pensano che sia la cosa più patriottica da fare. “Malgrado ciò, aggiunge il professore, i professionisti dovrebbero prendere le distanza da questa polarizzazione. Ciò che si vede in TV è una visione dei fatti monodirezionale e le altre voci fuoricampo mancano”.

Osservando i media locali ci si rende conto che i canali di proprietà dello Stato come Nile News insieme a canali private come CBC, ONTV e Dream TV hanno seguito gli eventi in Egitto unilateralmente e cioè dal punto di vista dell’attuale governo ad interim.

Secondo Abdulla a volte è difficile discernere se i canali stanno riportando notizie o facendo campagna di pubblicità per i militari e pensa che anche se il pubblico accetta queste dosi mastodontiche di propaganda, questi canali dovrebbero comunque cercare di essere un po’ più obiettivi.

Ospiti e invitati nei talk shows in questi canali hanno apertamente difeso le decisioni dello Stato e le misure di sicurezza prese contro la Fratellanza e i suoi sostenitori o hanno invitato la gente a mobilitarsi. Nell’ONTV Morning Show, il presentatore Amani El-Khayat ha appoggiato l’appello fatto partito dal suo intervistato affinché la gente scendesse per strada e formasse delle milizie popolari  per proteggersi e proteggere i propri averi dai manifestanti pro-Fratellanza.

Yosri Fouda, la presentatrice di Akher Kalam (mondo finale), un programma su ONTV, ha postato un commento sulla sua pagina fb alla fine di luglio criticando il modo in cui venivano filtrate le notizie degli eventi in Egitto, senza risparmiare il suo stesso canale.

D’altra parte canali come Al-Hiwar hanno lasciato spazio ai Fratelli Musulmani, alle opinioni dei loro leaders e hanno mostrato le immagini delle marce pro-Morsi.

Ahmed Kheir , direttore esecutivo del Support for Information Technology Centre, segue come vengono diffuse le notizie per monitorare le violazioni che si nascondono dietro a omissioni, terminologia ingannevole, distorsione di fatti, mancanza di contesto.

“Non vedo canali mediatici locali che si possano realmente definire tali. Quello che abbiamo oggi sono dei media che mirano ad incitare la gente”. E’ un’informazione monodirezionale che toglie il diritto del pubblico ad accedere a una visione completa della situazione in Egitto. Lo sappiamo dalla scarsissima presenza di media indipendenti” fa notare Kheir. Il direttore sottolinea che anche i contenuti che non siano notizie hanno uno sfondo politico: ”Le canzoni patriottiche e i film sembrano esser scelti appositamente per inquadrare la conoscenza e la coscienza del popolo”..

Kheir nota: ”C’è una frase che è stata usata profusamente: ‘il primo civile eletto presidente destituito dai militari”  a cui manca il riferimento alle proteste del 30giugno. Fuorvia gli ascoltatori e guadagna la loro simpatia ancor prima che continui il reportage”.

“Il Cairo ha attratto l’attenzione della copertura mediatica mentre quello che sta succedendo nelle campagne, così come gli assalti alle chiese, sono state tralasciate”, aggiunge. Mentre per i media internazionali questa mancanza può esser spiegata con la difficoltà a spostarsi, spiega Abdulla, i media locali saprebbero come arrivare anche nelle zone più irraggiungibili perché conoscono il territorio.

Abdulla sostiene che  Sky News Arabic (di proprietà della UAE) e la  BBC sono tra i canali che hanno fatto uno sforzo per dare un’immagine più obiettiva possibile degli accadimenti. Tuttavia, non manca di precisare che Sky News Arabic è recentemente slittata su delle posizioni più parziali dopo che la UAE ha mostrato il suo appoggio all’Egitto.

MEDIA ELETTRONICI E STAMPA

Nei media elettronici o sulla stampa la situazione non è migliore, perché anche loro offrono una copertura condizionata dal potere. Abdulla specifica che la frontiera tra editoriali e articoli che riportano notizie sta piano piano scomparendo il che è altamente riprovevole secondo il professore: “Finché si tratta di un pezzo di opinione il giornalista può esporre le sue idee e i suoi giudizi, cosa che invece non dovrebbe succedere in un articolo che riporta semplicemente una notizia”.

“Pochi giornalisti sembrano seguire i criteri alla base di un buon pezzo giornalistico”, dice Kheir.

“Le piattaforme online non sono meglio”, aggiunge Bassil Nofal.

Nofal lavora per un sito web ( Media Credibility Watch) che sottopone a esame critico e vota i siti web sulla base delle notizie false e le storie inventate che propinano. Nofal spiega che negli ultimi due mesi il numero di storie false è duplicato e che è equivalente a 6 mesi di notizie false. I numeri dell’ultimo report parlano da soli: in un mese le violazioni sono state 3885  in un campione di 2278 articoli riportanti notizie su 17 siti. Il sito web del giornale è stato ammonito da Media Credibility Watch  per aver pubblicato19 false notizie durante il mese di agosto, ancor prima che il mese finisse!

Nofal aggiunge che uno dei problemi dei notiziari online sono le traduzioni di articoli stranieri che possono essere tradotti male. Per di più alcuni siti web bloccano intenzionalmente il nome della fonte, il che è fuorviante per il lettore e distorce la notizia.

RADIO

Per quanto riguarda la radio, secondo Kheir ad essere polarizzati sono la copertura di notizie mandate in onda sulle frequenze radio e i talk shows. Si riferisce in particolare a Radio Masr (Radio Egitto) che è di proprietà dello Stato e che, a suo dire, segue la stessa politica di  Nile News dato che affondano le proprie radici nella stessa proprietà di Stato.

Nisreen Okasha, presentatrice di uno show quotidiano su Radio non è d’accordo con Kheir e controbatte che la polarizzazione c’era, sì, ma ai tempi di Morsi.. “Sotto Mubarak le trasmissioni erano molto limitate come quasi tutti i media in Egitto, solo dopo la rivoluzione abbiamo iniziato ad assaporare un’ondata di libertà. La rivoluzione del 25 gennaio ci ha portati ad avere una nuova speranza di poter essere professionali nel nostro lavoro di giornalisti. Tuttavia, con Morsi al potere abbiamo sperimentato molti interventi nel nostro lavoro e misure arbitrarie contro chi non si piegava ai dettami. Dopo la destituzione di Morsi ci è stata restituita la libertà che ci era stata tolta sotto ai Fratelli Musulmani”, dice Okasha.

Recentemente però un ascoltatore di Radio Masr ha notato che la stazione radiofonica trasmette canzoni patriottiche e nazionaliste quasi tutto il giorno e che i talk shows sono spesso invitati esperti di sicurezza come il generale in pensione Sameh Seif al-Yazal, conosciuto per le sue posizioni vicine alla polizia di Stato.

Okasha pensa però che la scelta delle canzoni e degli ospiti non siano un’imposizione dall’alto bensì una libera scelta del personale della radio che ha sofferto sotto al regime dei Fratelli Musulmani. Crede fermamente che la copertura delle notizie di Raio Masr sia imparziale, specifica che i sit in a Rabaa sono stati seguiti e che prendono le chiamate da parte dei sostenitori dei Fratelli Musulmani  e che l’unico motivo per cui ci possano esser limitazioni nelle notizie sono le risorse limitate e il numero esiguo di corrispondenti. “Ma capirei se ci fossero discrepanze di obiettività nei talk shows in quanto la responsabilità in questo caso è dei singoli presentatori”, specifica la presentatrice.

Kheir indica che le attuali pratiche usate dai media ricordano quelle in uso con Mubarak al potere, con il Supremo Consiglio delle Forze Armate e con Morsi.

“I media continuano a giocare un ruolo paternalistico, cercano di imporre un certo punto di vista sul pubblico senza lasciar spazio ad altre interpretazioni. E sono proprio queste pratiche che vogliamo  far cessare“.

Chiara Cartia

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