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Confessione di un traditore israeliano

Di Assaf Gavron. The Washington Post (23/10/2015). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Ero un soldato delle Forze di Difesa Israeliane a Gaza, 27 anni fa, durante la prima Intifada. Pattugliavamo le città, i villaggi e i campi profughi e incontravamo adolescenti arrabbiati che ci lanciavano pietre. Noi rispondevamo con proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Ora quelli sembrano i bei vecchi tempi.

Da allora, il conflitto tra israeliani e palestinesi ha visto un alternarsi di armi, dai razzi e le milizie fino ai coltelli da cucina e ai cacciavite. C’è molto da discutere sulla natura e la tempistica della recente ondata di attacchi palestinesi – una risposta disperata all’elezione di un governo israeliano ostile che incoraggia i coloni estremisti ad attaccare i palestinesi. Ma in quanto israeliano, mi preoccupano di più le azioni della mia società, sempre più spaventose e violente.

Il dibattito interno in Israele è più militante, minaccioso e intollerante di quanto non lo sia mai stato. Sembra che ci sia una sola voce accettabile, orchestrata dal governo e dai suoi portavoce e proiettata in tutti gli angoli del paese da un clan di media. Quei pochi dissidenti che cercano di contraddirla vengono, nella migliore delle ipotesi, ridicolizzati e nel peggiore dei casi minacciati, vilipesi e aggrediti.

In questo ultimo round di combattimenti, il volume è stato alzato ancora di un’altra tacca. Quello che ho sentito e letto mi ha lasciato sgomento: c’è stata una demonizzazione dei palestinesi e degli arabi israeliani. La settimana scorsa, poi, il trend ha raggiunto il suo picco più assurdo con la ridicola affermazione del primo ministro Netanyahu: Hitler decise di annientare gli ebrei solo dopo essere stato consigliato dal Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini.

E il tono sempre più intollerante, bollente, razzista del dibattito israeliano è il risultato di 48 anni di occupazione di un altro popolo: degli israeliani che ricevono il messaggio (o almeno così lo intendono) di essere superiori agli altri, di controllare il destino di quegli altri inferiori, di poter ignorare le leggi e i principi della moralità umana se si tratta dei palestinesi.

L’effetto cumulativo di questa recente violenza cieca è estremamente inquietante. Ci sembra di essere in un veloce e allarmante vortice verso una società selvaggia e irreparabile. C’è solo un modo per rispondere a ciò che sta accadendo oggi in Israele: dobbiamo fermare l’occupazione. Non per la pace con i palestinesi o per il loro bene (anche se hanno sicuramente sofferto per mano nostra per troppo tempo), non per una visione di un idilliaco Medio Oriente. No, dobbiamo fermare l’occupazione per noi stessi. In modo che possiamo guardarci negli occhi, chiedere e ricevere il sostegno del mondo. In modo da poter tornare ad essere umani.

Quali che siano le conseguenze, non possono essere peggiori di quelle con cui siamo alle prese ora. Non importa quanti soldati dispieghiamo in Cisgiordania, o quante case di terroristi facciamo saltare in aria, o quanti lanciatori di pietre arrestiamo, non abbiamo alcun senso di sicurezza. Nel frattempo, siamo diventati diplomaticamente isolati, percepita in tutto il mondo (a volte giustamente) come carnefici, bugiardi, razzisti. Fino a quando c’è l’occupazione, noi siamo la parte più potente, noi decidiamo degli eventi e non possiamo continuare a incolpare gli altri. Per il nostro bene, per la nostra salute mentale – dobbiamo fermarci ora.

Assaf Gavron è uno scrittore, traduttore, musicista e giornalista israeliano.

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Roberta Papaleo

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