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Il concetto di intervento militare arabo

Di Abdulrahman al-Rashed. Al-Arabiya (26/10/2014). Traduzione di Roberta Papaleo.

Nella storia recente, le battaglie politiche sono sempre state circoscritte. Nel maggior numero di casi, ogni epoca è stata distinta da una singola crisi. Una crisi in un dato Paese non si sarebbe espansa agli Stati vicini per ragioni obiettive: la situazione politica era governata da centri regionali, i confini di tale regione erano sacri e inoltre c’era un riconoscimento internazionale dello status quo. Per questo la guerra civile libanese è durata 10 anni e mezzo senza essere esportata. Lo stesso vale per l’Iraq, dal 1990 quando il regime di Saddam Hussein venne assediato fino al suo rovesciamento nel 2003. La crisi irachena è durata 18 anni senza espandersi aldilà dei suoi confini nel resto della regione.

Tuttavia, questo è cambiato dopo la cosiddetta “primavera araba”. Le proteste in Tunisia hanno echeggiato in Egitto, Libia, Siria e Yemen e gli eserciti di combattenti stranieri oggi si muovono attraverso i confini di almeno quattro Paesi arabi. Le guerre civili non sono più contenute all’interno delle frontiere. Il terrorismo in Libia ha raggiunto il Sinai egiziano e la Tunisia occidentale. Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) si muove tra la Siria e il Libano e la battaglia ha raggiunto la frontiera turca per la prima volta dalla seconda Guerra Mondiale. I membri di Hezbollah combattono in Siria e i confini siro-iracheni sono praticamente caduti nelle mani dei gruppi terroristi. Il caos è dilagante e nessuno Stato può pensare di mettersi al sicuro.

A causa delle crisi simultanee e della difficoltà di capire come esse evolveranno, l’esperimento in Libia ci suggerisce un metodo che potrebbe essere utile altrove, se non per imporre la pace almeno per contenere la crisi. È chiaro che Egitto, Algeria e altri Paesi si sono attivati sul piano politico e militare per porre fine al caos. Sebbene la situazione non si sia ancora stabilizzata, possiamo considerarla come la prima volta in cui si intravedono segni di un accordo regionale per ripristinare il potere militare e politico in Libia.

L’intervento militare regionale ha le sue condizioni. La prima è che deve conquistarsi una qualche sorta di legittimità. In Libia sono presenti un governo riconosciuto e un parlamento eletto. Tuttavia, diversi gruppi armati si oppongono a queste istituzioni legittime, seppur esauste, e diverse potenze straniere vogliono imporre la loro tutela per poter istaurare un regime di loro scelta. Una seconda condizione è la presenza di istituzioni militari e di sicurezza, perché in loro assenza sarebbe impossibile condurre battaglie sul terreno. Questa condizione è quasi impossibile in Libia.Un intervento militare arabo potrebbe essere l’unico rimedio per porre fine al caos in Libia.

La domanda è: questo esperimento potrà essere ripetuto in Yemen, Iraq e Siria?

Potrebbe essere ripetuto in Yemen se la situazione collassa nella capitale Sana’a. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha prestato attenzione allo Yemen e ha adottato una soluzione politica, la cui implementazione richiede aiuto militare per coprire le spalle all’esercito yemenita e sostenerlo con equipaggiamenti. Negli anni ’60, ad esempio, Giordania e Arabia Saudita hanno lavorato insieme nella guerra civile yemenita.

Vedremo una nuova cooperazione saudita-giordana in Yemen? Forse no, dato che c’è ancora speranza di una riorganizzazione politica della situazione e del raggiungimento di un compromesso che garantisca la partecipazione di tutti. L’idea del sostegno militare, e non necessariamente dell’intervento diretto, potrebbe essere uno dei mezzi per controllare il caos che dilaga in ogni direzione e che sembra durerà per i prossimi 10 o 20 anni.

Abdulrahman al-Rashed, ex caporedattore di Asharq al-Awsat, è il direttore generale di Al-Arabiya.

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Roberta Papaleo

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