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Come rompere il circolo vizioso di Israele

di Avraham Sela, Oren Barak (Yedioth Ahronoth 25/11/2012). Traduzione di Claudia Avolio.

 

L’ultima operazione militare di Israele, conosciuta come Pillar of Defense, è per molti versi una ripetizione dell’Operation Cast Lead avviata 4 anni fa da Israele per “inferire un duro colpo a Hamas (definita ‘organizzazione terroristica’), rafforzare la deterrenza di Israele e creare una situazione di maggior sicurezza – per chi abita nei pressi della Striscia di Gaza – che sarà mantenuta nel lungo periodo”. Ma, come sappiamo, questi obiettivi non sono mai stati raggiunti.

 

Intanto, il premier israeliano, il capo dell’esercito e membri del gabinetto di sicurezza (eccetto il ministro della Difesa) sono stati rimpiazzati. Ma se osserviamo il comportamento tenuto da Israele nell’ultima operazione, diventa chiaro che malgrado questi cambi al personale, persistono gli stessi schemi erronei di pensiero e azione nell’elite politica e militare di Israele.

 

Quattro anni fa scrivemmo la nostra opinione (tradotta qui), enfatizzando la futilità di proseguire con l’attuale politica israeliana verso Hamas. La nostra speranza è che i leaders israeliani trovino il coraggio di rompere il circolo vizioso di attacchi e ritorsioni, in modo da non dover riprodurlo ancora in futuro. L’operazione militare contro Hamas nella Striscia di Gaza, con cui le Israel Defense Forces attaccano non solo gli squadroni che lanciano missili Qassam e Grad in territorio israeliano, ma anche istituzioni governative locali, è indicativa di una falla basilare nel pensiero dei leaders politici e militari israeliani.

 

Questo fallimento, manifestatosi nella guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah – e ancora prima nella Seconda intifida palestinese – è dovuto al fatto che i policy-makers israeliani non distinguono tra quelli che perpetrano atti di violenza contro Israele e quelli che potrebbero, prima o poi, condurre a un governo stabile, anche se non veda di buon occhio Israele. Se non altro, l’esperienza di Israele dalla sua indipendenza nel 1948 mostra che l’instabilità politica dei suoi vicini arabi – manifestata in frammentazione interna e debolezza del governo centrale – è stata un fattore destabilizzante nei rapporti arabo-israeliani. Mentre la stabilità politica in campo arabo, invece, in genere ha portato stabilità anche nei suoi rapporti con Israele.

 

Infatti Israele ha, per esempio, formali trattati di pace con nazioni relativamente stabili come Egitto e Giordania; inoltre, tra Israele e Siria è in corso una situazione di non-belligeranza (relativamente stabile). Al contrario, i rapporti di Israele coi palestinesi ed il Libano sono caratterizzati da frequenti scontri militari, nonostante la relativa debolezza di questi due attori rispetto a Egitto, Giordania e Siria. Ne consegue che, se Israele auspica di ridurre la violenza di attori non-statali come Hamas e Hezbollah, dovrebbe battersi per arrivare a un governo stabile al di là dei suoi confini. Condizione necessaria perché questo avvenga, è l’urgenza di una leadership riconosciuta e istituzioni effettive.

 

La logica qui è semplice: gli Stati sovrani hanno qualcosa da perdere – beni materiali e sostegno interno ed internazionale -, mentre gli attori non-statali, come Hezbollah e Hamas, hanno pochi beni e non si sentono internazionalmente responsabili. Solo quando i palestinesi ed i libanesi avranno Stati stabili, Israele sarà in grado di svolgere un uso effettivo della sua potenza militare per raggiungere un rapporto stabile con questi vicini. anche se questi ultimi non fossero interessati.

 

Il dottor Oren Barak è lettore presso il dipartimento di Relazioni Internazionali dell’università ebraica di Gerusalemme ed è un esperto di Medio Oriente contemporaneo.

Il professor Avraham Sela è lettore senior presso il medesimo dipartimento dell’università ebraica di Gerusalemme, dove è inoltre ricercatore del Harry S. Truman Institute for the Advancement of Peace.

 

Link: How to break the cycle


Claudia Avolio

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