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Come risolvere la crisi economica dell’Iraq

Di Ali Mamouri. Al-Monitor (17/11/2015). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Il governo iracheno deve far fronte ad un enorme deficit di budget e sta avendo difficoltà nel gestire le attività economiche del Paese, a causa del crollo dei prezzi del petrolio, del peso della guerra contro lo Stato Islamico e di una corruzione rampante.

Il primo ministro Haidar al-Abadi si trova ad affrontare numerosi problemi che richiedono un’attenzione immediata, come la rabbia pubblica per le misure di austerità che colpiscono i lavoratori. Gli iracheni chiedono anche che il governo migliori la sua condotta e assicuri alla giustizia i funzionari corrotti.

Il 2015 è iniziato con un deficit di 20 miliardi di dollari su un budget totale di 103. Nel 2016 la situazione è destinata a peggiorare: i calcoli del ministero delle Finanze fissano il budget a 99,65 miliardi di dollari, con un deficit di 25,81. Le stime sono in ogni caso non realistiche. Gran parte delle entrate si basa sulle fluttuanti rendite petrolifere, che nel migliore dei casi raggiungeranno i 55 miliardi di dollari. Le rendite non petrolifere, invece, non supereranno il 10% delle entrate totali.

Abadi ha chiarito la situazione il 27 ottobre scorso: “I proventi derivanti dal petrolio sono pari a circa 53,05 miliardi di dollari. Tolti i costi di produzione, ne resteranno 40,3. Solo stipendi e pensioni ne richiedono 44,8. Come coprire le spese per la guerra, la sanità, l’istruzione, l’agricoltura, i servizi e tutto il resto?”. Questo in risposta alle proteste dei professori universitari contro le misure di austerità, in particolare contro il taglio dei salari ai dipendenti pubblici della classe media.

Il ministro delle Finanze Hoshyar Zebari ha annunciato che l’Iraq potrebbe chiedere dei prestiti alle banche arabe ed internazionali, ma non ha rivelato ulteriori dettagli, né ha spiegato come l’Iraq potrebbe coprire i pagamenti senza la prospettiva che i prezzi del petrolio aumentino nel breve periodo.

Ma l’aspetto più preoccupante della situazione economica irachena è che manca una strategia per affrontare la crisi. Aldilà delle misure temporanee, che non hanno fatto che altro che aggravare i problemi, il governo deve intervenire in maniera più seria. Potrebbe ad esempio diversificare le entrate, attivare il settore privato, privatizzare il settore pubblico e implementare programmi efficaci per combattere la corruzione rampante.   

Bisogna che il governo si concentri di più sulle entrate non petrolifere, come il turismo religioso. Ogni anno infatti milioni di sciiti visitano i santuari dell’Iraq. Ma nel 2014-2015 il governo ha rinunciato agli oneri per il visto di 80 dollari a persona, determinando una perdita finanziaria significativa. Sulla base di questa esperienza, la commissione parlamentare per il turismo ha chiesto di reintrodurre gli oneri per il visto nel 2016. 

Un altro passo che il governo dovrebbe fare è facilitare gli investimenti privati nel settore del turismo, non solo religioso ma anche archeologico. Tra l’altro molti siti si trovano nel sud dell’Iraq, una zona relativamente sicura.

In Iraq c’è anche una domanda generale per l’attivazione del settore privato e la privatizzazione dei progetti industriali. Occorre però ridurre le leggi che limitano gli sforzi del settore privato e approvarne altre che facilitino gli investimenti.

La privatizzazione permetterebbe al governo di supervisionare l’attività economica e porre fine alla corruzione rampante. Il governo dovrebbe anche aderire alle linee guida dell’integrità internazionale e alle istituzioni anti corruzione come la Global Financial Integrity.

L’unico modo per uscire da questa crisi è andare oltre le misure temporanee e sviluppare piuttosto un piano economico su larga scala al quale la popolazione possa contribuire, traendone al tempo stesso beneficio.

Ali Mamouri scrive per Al-Monitor. È ricercatore e scrittore specializzato in affari religiosi, settarismo e trasformazioni sociali in Medio Oriente.

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Roberta Papaleo

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