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Come pensa all’Egitto Obama?

Egitto Obama

Zoom 11 dic Egitto ObamaDi Mohamed el-Menshawy. Ahram Online (08/12/2013). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

È nel 1945 e nel 1948 che Washington stabilisce le basi strategiche per la sua presenza ed i suoi interessi nel mondo arabo attraverso relazioni particolari con due Paesi: Arabia Saudita e Israele. Oggi, questi due rapporti continuano a guidare ogni presidente degli Stati Uniti sulle questioni mediorientali. La questione egiziana non fa eccezione.

La prima relazione speciale, nata da un incontro tra il presidente Roosevelt e il re Abdel Aziz nel febbraio 1945, si fonda sulla tutela degli interessi petroliferi americani in Arabia Saudita in cambio di un’alleanza volta a proteggere la famiglia reale saudita dalle minacce regionali. Inoltre, agli Stati Uniti è consentito l’utilizzo dello spazio aereo saudita e la possibilità di avere una presenza militare nel Paese.

Tre anni dopo nasce lo Stato d’Israele e nasce anche una seconda alleanza unica nel suo genere: oltre 120 miliardi di dollari in programmi di assistenza, in tecnologie di ultima generazione e uso del veto, per ben 45 volte, nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a favore di Israele o contro risoluzioni contrarie agli interessi di Tel Aviv.

Secondo i più importanti esperti di strategia, l’amministrazione Obama ha fatto il possibile per fronteggiare la grave crisi politica che ha colpito un paese chiave come l’Egitto. Il presidente è stato accusato sia dai Fratelli Musulmani che dal governo ad interim, ma i suoi interessi non sono stati danneggiati. Di fatto, Obama, votato più al realismo che all’idealismo, ha lavorato per conseguire quattro obiettivi.

Primo, prevenire qualsiasi attacco terroristico sul territorio nazionale. Secondo, mettere fine alle due guerre lanciate dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq, costose sia per l’erario che per la  popolazione. Terzo, ridurre la dipendenza dal petrolio arabo investendo in fonti di energia rinnovabili. Quarto, impedire all’Iran di dotarsi di un’arma.

Dunque, l’Egitto non è una priorità per gli Stati Uniti. Eppure, l’importanza rivestita dal Cairo agli occhi di Arabia Saudita ed Israele, che hanno più volte invitato Obama a sostenere Mubarak, lo rende tale. La politica statunitense in Egitto sembra essere all’insegna del “discorso morale”, quando si dice che gli eventi di Rabaa al-Adawiya e al-Nahda hanno cambiato per sempre le relazioni tra i due Paesi, ma anche sotto la pressione di Arabia Saudita e Israele, quando poche settimane dopo Kerry afferma che Washington sostiene la roadmap tracciata dal governo di transizione.

Il realismo e il perseguimento dei propri interessi, legati all’alleanza con Riyadh e Tel Aviv, rende Washington pronto a stringere forti legami con chiunque sia al potere in Egitto, a patto che questi e il suo regime mantengano relazioni strette con le due capitali della regione più importanti per la Casa Bianca.

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Roberta Papaleo

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