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“Clash”: uno strano film adatto a una strana situazione

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Il film del regista egiziano Mohamed Diab concorrerà al BFI London Film Festival: la recensione che ne ha fatto Andeel per Mada Masr

Di Andeel. Mada Masr (11/08/2016). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini.

La prima volta che ho sentito parlare di “Clash” (in arabo Ishtibak”, cioè “Scontro”) è stato quando il regista stesso, Mohamed Diab, ha rivelato di star lavorando a un suo film che avrebbe spiegato la sua reale posizione nei confronti della rivoluzione a un pubblico che l’accusava di svendersi all’autorità.

Più tardi, prima della fine delle riprese, alcune notizie dicevano che il film era girato completamente all’interno di un camioncino della polizia e raccontava la storia di un gruppo di cittadini rinchiusi lì dentro. Questa ambientazione, la conseguente sfida cinematografica e il forte (anche se ovvio) simbolismo, hanno fatto sì che il film venisse classificato come rivoluzionario.

“Clash” ha aperto la competizione di Cannes chiamata “Un certain regard” e ha avuto reazioni positive da parte di figure internazionali di un certo livello dell’ambiente, seguite, però, dell’attacco della televisione di Stato egiziana e dei suoi sostenitori. “Clash” è stato accusato di denunciare gli eventi del 30 giugno 2013, che hanno portato alle dimissioni di Morsi, che hanno salvato l’Egitto dalla dissoluzione. In questo momento la sfera pubblica egiziana è controllata completamente dallo Stato e l’unica narrativa accettata è quella dell’esercito, anche se ci sono milioni di narrative possibili e tutti coloro che vivono in prima persona la storia hanno il diritto di vederla come vogliono.

Questo attacco ha fatto sì che molti giovani si schierassero dalla parte del film. Pochi giorni prima dell’uscita nelle sale, Diab ha scritto online che il distributore si era ritirato, come se si volesse soffocare il film, non solo censurarlo. Chiaramente, stava cercando di utilizzare i social media come uno spazio popolato da molti giovani arrabbiati che si sentono esiliati dalla sfera pubblica egiziana, per creare un sentimento condiviso che connettesse la massa al film.

Dopo tutto questo, guardare il film è stato un po’ deludente. Nonostante tutto il risultato era vacillante, confuso e incerto sul messaggio che voleva comunicare. Essendo girato completamente in un camioncino della polizia, la cinepresa riprende solo questa ambientazione e quello che si vede ogni tanto dal finestrino o da una porta che si apre. I movimenti di camera sono simili a quelli dell’occhio umano, con tutti i suoi limiti. La composizione ha raramente il sopravvento sul realismo della situazione, che crea ostacoli e zone buie che rinforzano il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Si prova una costante sensazione di soffocamento e di pericolo, intervallato da pochi attimi di calma.

Lo scontro tra l’intrattenimento del film e il suo messaggio politico è artisticamente sgradevole e ha risvegliato in me il dilemma etico a proposito dell’atto di creare intrattenimento che abbia a che fare con eventi tragici come quelli che l’Egitto ha vissuto recentemente. Diab vuole far emergere l’idea che siamo tutti umani e si è sforzato a cercare questo lato in tutti i personaggi. Nonostante queste buone intenzione, questa idea si è rivelata alla fine un ostacolo, rendendo il film poco convincente e banale. Questo è probabilmente dovuto al fatto che per umanità Diab intende l’abilità di mostrare compassione di sentire la responsabilità per gli altri, che sono i sentimenti che lentamente nascono tra i prigionieri, nonostante le differenze ideologiche. Il problema è che l’unico elemento attivo che controlla il fato di tutti è l’unico che non condivide la situazione di prigionia: il poliziotto. Ciononostante“Clash” cerca di umanizzare anche lui, disegnandolo come vittima, come tutti gli altri. Gli sforzi di Diab di non criticare apertamente lo Stato, per ragioni artistiche o politiche o per evitare la censura, entrano in contrasto con la propaganda del film che lo descriveva come rivoluzionario.

Sono contento che il film sia uscito, nonostante tutte le difficoltà. L’immagine finale è rappresentativa della situazione attuale in Egitto, nonostante la delusione artistica. È, infatti, un’immagine  influenzata dalla mediazione con la produzione culturale egiziana, da una situazione politica traballante e dal dibattito dell’opinione pubblica su valori e idee troppo basilari per essere discusse nel 2016. In breve, è uno strano film adatto ad una strana situazione.

Andeel è un vignettista, regista di corti e sceneggiatore televisivo, nonché co-fondatore della rivista di fumetti Tok-tok.

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Redazione

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