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Il cinema iraniano sotto i riflettori del Festival di Cannes

cannes 2016

Di Ali Noorani. Your Middle East (20/05/2016). Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia.

I limiti politici, religiosi e culturali sono sempre stati un ostacolo per i registi e gli attori iraniani, dal momento che ogni pellicola deve essere approvata dalle autorità del paese prima che ne sia concessa la distribuzione al grande pubblico. Tutte queste restrizioni sono state spesso causa di espatrio per molti talenti del cinema in cerca di una maggiore libertà di espressione.

Ma ciò non significa che l’arte cinematografica iraniana non sia riconosciuta a livello internazionale.

Proprio quest’anno il Festival di Cannes ospita tra i suoi protagonisti Asghar Farhadi, con il suo “The Salesman”, regista già conosciuto per aver dato maggiore visibilità al cinema iraniano vincendo il Golden Globe nel 2012 con il suo film “Separation”, e Behnam Behzadi che con il suo “Varoonegi” (Inversione) mira al premio della sezione Un Certain Regard.

Competono inoltre per il ruolo di miglior attrice: Golshifteh Farahani, protagonista del film “Paterson” diretto da Jim Jarmusch e Taraneh Alidoosti, protagonista del film di Farhadi.

Società di distribuzione, come la Noori Pictures di Katayoon Shahabi, regista iraniana e giudice dell’attuale Festival di Cannes, hanno svolto un ruolo importante nel portare i film iraniani a un pubblico più ampio, un successo che ha registrato tra il 20 marzo e 20 aprile un incasso equivalente a 8.9 milioni di dollari.

Ma il successo internazionale non esime il cinema iraniano dall’affrontare le sue più ardue sfide all’interno del paese.

Il film “Taxi” di Jafar Panahi, vincitore del premio Golden Bear al Festival di Berlino 2015, è stato vietato nelle sale cinematografiche iraniane insieme all’interdizione per il regista di uscire dal paese e di continuare il proprio lavoro. Inoltre, durante i primi giorni del Festival di Cannes, più di 30 organizzazioni europee hanno fatto appello al governo iraniano per concedere clemenza ad un giovane regista condannato a 233 frustate. Un destino comune a molti, se si pensa al caso del regista Keywan Karimi processato a 6 anni di carcere nel 2015.

Per non soccombere sotto la morsa delle autorità iraniane, molte stelle del cinema sono costrette a fuggire dal paese, come è accaduto qualche anno fa proprio all’attrice Farahani, protagonista del film “Body of Lies” diretto da Ridley Scott, che la vede al fianco di Leonardo Di Caprio nel 2008. Allo stesso modo l’attrice Leila Hatami, protagonista del film “Separation” di Farhadi, è stata costretta a scusarsi pubblicamente con le autorità del paese per aver baciato sulla guancia Gilles Jacob, un giurato del Festival di Cannes 2014.

Nonostante le interdizioni governative, c’è chi crede fermamente in questa nuova ondata di registi indipendenti, come il critico cinematografico Amir Pouria o il famoso regista Abbas Kiarostami, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 1997 per il film “Ta’m e Guilass” (Il sapore della ciliegia), il quale afferma: “Se da una parte c’è il cinema di Stato, finanziato dalle autorità, dall’altra c’è un settore indipendente, sempre più in crescita, che da spazio ai registi provenienti dalla province più remote”.

L’elezione del moderato Hassan Rouhani del 2013, sebbene con qualche miglioramento, non ha per ora apportato nessuna effettiva rivoluzione nel settore cinematografico in Iran. Ma è ancora troppo presto per poter giudicare e forse un giorno, proprio come sostiene il regista americano Jim Jarmusch, tutti potranno cogliere la poesia del cinema iraniano.

Ali Noorani è un giornalista residente a Teheran.

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