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“Ci voltano le spalle ovunque”: i siriani scacciati dal confine libanese

Di Nour Samaha. Al-Jazeera (06/02/2015). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Una foto da Wadi Anjar di Nour Samaha per Al-Jazeera
Una foto da Wadi Anjar (Libano) di Nour Samaha per Al-Jazeera

Migliaia di siriani sono rimasti senza casa dopo la decisione dell’esercito libanese di sgombrare la zona lungo il confine tra Siria e Libano. La recente decisione ha riguardato 32 insediamenti informali che ospitavano circa 7.000 rifugiati siriani e manovali ed è giunta con l’intensificarsi degli scontri tra l’esercito siriano ed i combattenti vicino al confine libanese. “Non abbiamo più un posto in cui andare, non abbiamo idea di dove dormiremo stanotte. Che dobbiamo fare?”, dice Abu Ahmad, rifugiato siriano di Deir Ez-Zor, tra ciò che resta di quel che era la sua casa formata da una tenda a Wadi Anjar, al confine.

“Di notte l’esercito libanese è entrato qui e ha rotto tutto: le nostre taniche d’acqua, i posti in cui ci riparavamo. Dove dovremmo far dormire i nostri figli? Avere un posto in cui ripararsi è la cosa più importante”, continua l’uomo. La zona di Wadi Anjar si staglia ai piedi delle montagne libanesi al confine con la Siria. Spesso si sentono esplosioni per gli scontri che hanno luogo alcuni chilometri più in là dal fianco della montagna. Il campo di Ahmad ospitava circa 200 famiglie, gran parte di loro originarie di Deir Ez-Zor e Hama, insieme a manovali che vivono in Libano da decenni. Sono incerti su dove potranno andare ora, sostenendo che nessuno li aiuterà più.

Decine di famiglie si sono messe a smantellare le travi di legno che tenevano su le loro tende, piegando lenzuola e mettendo nei borsoni i pochi utensili e i vestiti che avevano con sé. Piccoli gruppi di siriani si sono messi intorno a dei fuochi nel tentativo di scaldarsi nel freddo pungente. “Abbiamo dormito qui fuori la scorsa notte. Ci siamo coricati fuori coi nostri bambini. Stanotte non sappiamo dove andremo a dormire. Se torniamo in Siria ci uccideranno e se rimaniamo qui moriremo. Chi sta provando ad aiutarci? Proprio nessuno”, dice Abu Ali indicando il terreno accanto al fuoco.

Città e villaggi si mostrano riluttanti ad aprire le loro porte ad altri siriani. “Nessuno ci sta permettendo di stare in altri luoghi, i comuni ci stanno chiudendo le porte in faccia, e ci hanno voltato le spalle ovunque”, dice Mohammad Saleh, rifugiato di Palmira, “Quello che ci sta succedendo è una vergogna”. Dopo gli scontri mortali dello scorso agosto tra esercito libanese e combattenti nella città al confine, Arsal, molti si sono detti preoccupati del fatto che gruppi armati potrebbero infiltrarsi nelle città dalla zona montuosa. “Ci vogliono spostare da qui perché hanno paura che diventi una nuova Arsal, ma è impossibile che combattenti vengano qui perché l’esercito siriano ha messo mine lungo il confine”, dice Ahmad.

“Che opzioni ci restano?” si chiede Khodr, uno dei rifugiati nell’area di Wadi Anjar, mentre mette insieme le sue cose nell’ultimo borsone. “Guardate come ci stanno trattando, diventiamo terroristi?”.

Nour Samaha è una giornalista libanese free-lance.

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Claudia Avolio

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