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Che i civili vengano allontanati da questo massacro!

Di Elias Harfoush. Al-Hayat (11/02/2014). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

Le immagini dei civili evacuati da Homs ci hanno offerto una fotografia eloquente ed espressiva della tragedia che sta colpendo migliaia – se non milioni – di cittadini assediati dal fuoco incrociato delle due parti contrapposte, senza il minimo barlume di speranza che questa guerra aperta finisca a breve. Questi civili sono stati presi in ostaggio da chi controllava la regione, soggiogati e usati come carte nei calcoli e nelle manovre politiche di chi, a turno, deteneva il potere.

Vecchi affamati che sognano un pezzo di pane, bambini che vivono in condizioni di estrema povertà, senza riscaldamento né cibo, donne che si lamentano di non trovare di che sfamare i loro figli o di che vestirli. Tutti questi aspetti dovrebbero avere la priorità rispetto all’idea di una fase transitoria o della ricerca di un futuro migliore in una “Siria nuova”. Questo perché non avrebbe senso creare un’entità del genere se poi non rimangono più siriani a viverci. Non avrebbe senso perché la situazione attuale vede minacciata una generazione intera di bambini e di ragazzi che si ritrovano per strada, privati della possibilità di studiare, mentre altri prendono le armi come strumento per guadagnare o per sottomissione alla volontà di chi li governa.

Dato il probabile fallimento delle trattative di Ginevra e dell’obiettivo di giungere a una soluzione politica, il progetto umanitario per salvare la vita dei civili assediati a Homs sta diventando una questione prioritaria per le organizzazioni internazionali e per le due parti avversarie, il governo e l’opposizione. La scommessa sta tutta nel sentimento umano residuo nelle due parti: si spera che venga permesso l’arrivo di aiuti medici e di cibarie, diventate più che un’urgenza; che i malati e i vecchi possano lasciare le zone di combattimento, anche se dovesse richiedere il loro trasferimento all’esterno dei territori siriani.

Il numero di vittime cadute in questo massacro è pauroso. Nel corso di tre anni di stragi, sono decedute tra le 130 e le 150 mila persone. Circa 9 milioni sono stati costretti ad abbandonare le loro case e trasferirsi in un’altra regione del Paese. Sono circa 3 milioni, invece, quelli a esser fuggiti nei Paesi limitrofi. Ciò significa che metà della popolazione siriana vive oggi in luoghi diversi da quelli in cui abitavano quando è scoppiata la rivoluzione nel marzo del 2011.

Questi numeri vengono usati da entrambe le parti per portare acqua al proprio mulino. Il governo attribuisce il perdurare della carneficina ai cosiddetti “terroristi” e gli “infedeli”. L’opposizione da invece la colpa alla politica opaca portata avanti dal governo, che mira a mettere in ginocchio il popolo.

È necessario che il destino dei civili venga posto come primo punto da trattare nei negoziati in corso, soprattutto perché non sembra profilarsi all’orizzonte una soluzione rapida. Se la rivoluzione siriana era nata come una sommossa pacifica del popolo contro il proprio regime, si è oggi trasformata in una guerra aperta. Questo perché, da un lato, il regime l’ha tramutata in uno strumento di morte e, dall’altro, l’opposizione si è dispersa e manca di regole. I civili devono uscire dalla spirale di violenza, perché l’unico raccolto della guerra sono i vittime.

Chiara Cartia

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