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Come il caso Regeni ha inciso sull’Egitto

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Di Wael Haddara. Middle East Eye (26/04/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Un racconto popolare egiziano parla di due uomini che erano così affezionati al loro laborioso e fedele asino da dargli un nome: Abul-Sadr (il Paziente). Un giorno l’animale morì e il dolore mostrato dai due fratelli che piangevano sulla tomba dell’animale e i loro racconti sul valore del defunto contribuirono a creare nei passanti l’idea che si trattasse di un santo. I due uomini sfruttarono il potenziale lucrativo della situazione, creando sulla tomba “Il santuario del Paziente”. Un giorno, i due uomini stavano discutendo sulla ripartizione del denaro donato dai penitenti e uno dei due, nell’affermare la sua onestà, invocò l’anima del santo. L’altro, allora, gli ricordò: “Davvero? Lo abbiamo sepolto insieme!”.

Molto è stato detto sull’ottusa risposta del regime egiziano alla richiesta da parte del governo italiano di un’indagine approfondita, credibile e trasparente sull’omicidio di Giulio Regeni, dottorando di Cambridge. Sfortunatamente per l’Egitto, la madre di Regeni ha dato vita ad una campagna instancabile per ottenere la verità sull’omicidio di suo figlio. Gli egiziani hanno tentato alcune manovre salva-faccia piuttosto deboli che non sono riuscite a soddisfare gli italiani. Il dramma è culminato con il ritiro dell’ambasciatore italiano dal Cairo.

Gli egiziani dovrebbero riflettere a lungo sull’intera faccenda. Nell’agosto del 2013 questo regime ha perpetrato il più grande massacro di egiziani della storia contemporanea. Più di 800 persone sono state uccise a Rabaa in quello che Human Rights Watch ha descritto come un atto di violenza di massa pre-pianificato dallo Stato e probabilmente ordinato da leader importanti, tra cui lo stesso El Sisi. Settimane prima di Rabaa, il regime aveva ucciso 50 persone poco dopo la preghiera della mattina. Due mesi più tardi, il 6 ottobre, c’è stata un’altra uccisione di massa da parte delle forze di sicurezza durante delle proteste contro il regime. Nel 2014 e nel 2015 la repressione del regime ha visto sempre più abusi: stupri sistematici e violenze sessuali, sparizioni forzate, torture e arresti. Nonostante ciò, El Sisi è stato ricevuto con il tappeto rosso in molte capitali europee – in Francia, Italia, Germania e Regno Unito.

Nei due anni successivi al colpo di Stato militare, molti egiziani opposti al regime hanno avvertito i diplomatici europei e americani sul fatto che l’Egitto avrebbe interpretato la normalizzazione delle relazioni come una carta bianca per commettere più abusi. Credo che sia esattamente quello che è accaduto. Il regime egiziano si è reso conto che i suoi abusi non solo non venivano puniti, ma addirittura premiati. I governi democratici avevano mostrato la loro indifferenza verso l’uccisione e l’arresto di migliaia di egiziani, gli stupri e le sparizioni forzate. E quando, un bel giorno di inverno, al Cairo, Giulio Regeni è finito nella stessa rete di torture e uccisioni, gli egiziani si sarebbero ragionevolmente aspettati che nulla accadesse. I britannici e i francesi hanno giocato come prima. Ma quella che nessuno aveva tenuto in conto è stata Paola Regeni, che si è alzata in piedi non solo per suo figlio ma anche per gli altri egiziani, sconosciuti e non celebrati, anche loro caduti vittime della brutalità di questo regime.

È ancora presto per sapere come finirà questo episodio, ma si può solo immaginare che la risposta degli ufficiali egiziani all’indignazione italiana sia una forma diplomatica di: “Davvero? Lo abbiamo sepolto insieme!”.

Wael Haddara è stato consulente dell’ex presidente Mohamed Morsi durante il suo anno in carica.

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