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Camminare in Palestina: come espandere il restringimento del territorio

Di Bassam Almohor. +972 (25/05/2014). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

Cammino perché il mio Stato è piccolo, anzi, lo sta diventando sempre di più, si sta restringendo, sta svanendo. Il suo territorio è stato frammentato, composto da un’accozzaglia di cocci, disconnessi, o al limite legati da stretti corridoi. Cammino per renderlo nuovamente grande, per poterlo attraversare, fotografarlo, respirare aria fresca, abbronzarmi, sentirmi libera attraverso i miei muscoli, rilassare il mio udito e ascoltare suoni naturali. Lo faccio, pensando che la Palestina sia il mio balcone, che sia un continente.

Cammino, ma tutti guidano, anche nei più piccoli paesi, anche per percorrere pochi metri. Pure i beduini hanno smesso di spostarsi a piedi oggigiorno e solo i pastori continuano a farlo, anche se, nel mio ultimo tour, ne ho visti solo due, oltre a qualche bambino impegnato a raccogliere lo za’atar e a pochi altri escursionisti. Purtroppo la maggior parte dei sentieri, quelli mozzafiato, quelli antichi e naturali sono diventati strade; sono stati selvaggiamente ampliati da ruspe che hanno spezzato la continuità degli uliveti e distrutto un habitat naturale.

È l’era di internet e tutto quello che noi chiamiamo sociale sta diventando imperante nel modo sbagliato. Non solo abbiamo smesso sia di camminare, ma anche di parlare. Quello che Paul Salopek chiama “cervello da macchina”, io lo chiamo “cervello da cellulare”.

Eppure, perché le persone non camminano più? Perché è difficile? Lo è veramente? È pericoloso? C’è il coprifuoco? Oppure, sono tutti quei coloni intorno a noi che occupano e dividono le nostre strade e le nostre valli, spaventando i nostri bambini, mettendoci in guardia dall’affacciarci fuori dalla porta e dall’entrare nei loro spazi? Perché abbiamo smesso di camminare?

Già, l’amara verità. Camminare in Palestina è un’abitudine pericolosa, ma grazie a Google Maps, ora si possono vedere ed evitare gli insediamenti. Voilà! Ringrazio questa capacità metafisica ogni volta che riesco a riportare il mio gruppo nel suo ambiente naturale. Ma, suvvia! Un GPS non è così necessario per fare escursioni. Questo è ridicolo, soprattutto in posto così piccolo che offre punti panoramici da cui si può immaginare di toccare i paesi, le fattorie, le valli, la Giordania, i grattacieli di Tel Aviv, i tetti rossi degli insediamenti. Ah no, questi no, per noi palestinesi, il più delle volte, sono una zona d’ombra.

Camminare è pericoloso solo se noi lo concepiamo come tale. Perché le persone mi scambiano per una ragazza ebrea? Perché mi parlano in ebraico e il pastore insieme a suo figlio e al gregge scappa? Solo perché, come un colono, porto anch’io uno zainetto griffato e una reflex? Ma non ho uno fucile con me.

Perché camminare è così doloroso? Sono le vesciche, le scottature del sole? Forse è così difficile perché la Palestina è collinare. Ogni volta che fai un sentiero in discesa, poi, ce ne sarà uno in salita.

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Roberta Papaleo

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