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Cambiare il linguaggio di pace in Palestina e Israele

Di Hossam Abougabal. Your Middle East (12/11/2014). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Ultranazionalismo, diritti religiosi, terrorismo, resistenza, diritto all’autodifesa e altre espressioni e termini usati sia dai palestinesi sia dagli israeliani sono il nucleo di un problema che troppo spesso rende perplessa la comunità internazionale e non lascia spazio alla pace.

Come molti hanno già fatto, si potrebbe parlare per anni di soluzioni pacifiche che forniscano a entrambe le parti ciò a cui aspirano. Ma mentre si parla non si può evitare l’uso di molti dei suddetti termini e la conversazione stessa diventa il maggiore ostacolo alla pace.

La convinzione sionista per cui gli ebrei siano il popolo eletto viene esacerbata attraverso un diritto all’autodifesa e un’aspettativa di vivere senza alcuna minaccia di aggressione. Hamas viene spesso citato come l’unico fattore che costringe Israele, come dichiareranno molti, a terrorizzare i terroristi. Mentre dall’altro lato, i palestinesi, o almeno gli abitanti di Gaza, sostengono che qualsiasi resistenza è legittimata contro l’occupazione militare ed è un diritto iscritto non solo in qualsiasi legge territoriale, ma anche nelle leggi di natura.

Ecco, è successo di nuovo: una serie di espressioni e battute che ormai definiscono il dilemma palestinese.

Quest’abuso di linguaggio si è esteso alla comunità internazionale. L’Egitto continua a etichettare Hamas come una branca dei Fratelli Musulmani che ha destabilizzato il Paese durante il mandato dell’ex presidente Morsi e gli Stati Uniti mantengono la loro posizione accanto ai loro amici. Intanto, l’ONU continua a incontrarsi per condannare le atrocità commesse da entrambe le parti.

Allo stesso modo in cui la popolazione nera del Sud Africa ha conquistato i cuori e le menti del mondo, molti diranno che internet e i social network hanno sancito che i palestinesi sono destinati allo stesso percorso. Sebbene segnato dal sangue di numerosi tra donne e bambini, è un comunque un percorso. Sembra dunque che i social network potrebbero servire da catalizzatore per cambiare il messaggio usato per la causa palestinese.

I social hanno tradotto il conflitto in un grido di protesta internazionale contro la questione umanitaria. Innumerevoli video e immagini sono stati condivisi e hanno permesso al mondo di vedere Gaza per quello che è: una zona di guerra impoverita, dove la gente non ha risorse per la pace. Ma anche i social network hanno i loro scheletri nell’armadio: la natura indipendente e non regolata di piattaforme come Twitter e Facebook coltiva una collezione di post e notizie che possono essere non confermate, false o che si attengono a una particolare agenda, come per i media tradizionali.

Ad ogni modo, per far sì che questo percorso raggiunga la sua destinazione finale c’è bisogno di un radicale cambiamento di etichetta della lotta sul terreno da entrambe le parti. Il tavolo delle negoziazioni dovrebbe essere limitato alle parole libertà, giustizia, pace, dignità e fine. Perché finora è chiaro: l’analisi della causa alla radice non ha funzionato, il compromesso non va bene e la volontà politica di coloro al potere è inesistente. Il popolo arabo deve iniziare a concettualizzare la causa palestinese per poter conquistare i cuori e le menti della comunità internazionale senza sporcarsi le mani di sangue.

Cambiare il linguaggio e cambiare la conversazione, in rotta verso i diritti naturali e la dignità. Non si può parlare di pace usando il linguaggio della guerra.

Hossam Abougabal è un giornalista specializzato in attualità ed economia nella regione MENA, soprattutto sull’Egitto e il Levante.

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Roberta Papaleo

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