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Boicottare Israele: che cosa si danneggia?

Di Hilmi Musa. As-Safir (21/01/2014). Traduzione e sintesi di Omar Bonetti.

In Israele è cresciuto il dibattito riguardo ai pericoli del boicottaggio economico e degli effetti del processo di pace sull’economia israeliana. Infatti, con l’inizio del Forum Economico Mondiale di Davos, la leadership economica israeliana ha messo in guardia il premier israeliano Benjamin Netanyahu dal devastante crollo che potrebbe subire l’economia d’Israele a causa del fallimento delle negoziazioni politiche.

Nello specifico, secondo un articolo del 20 gennaio comparso sulla prima pagina del quotidiano Yediot Ahronot, circa cento tra i più influenti uomini d’affari israeliani – tra cui Ofrah Strauss, presidente dell’omonimo gruppo, Meir Brand, direttore generale di Google Israele, Maurice Kahan manager di Amdocs, Avi Gabay di Bezeq, l’industriale Gad Propper, Itamar Rabinovich, ex ambasciatore per gli Stati Uniti, Dan Gillerman, ex delegato presso le Nazioni Unite e altri uomini d’affari come Rami Levi e Benny Landa –  insieme ai colleghi palestinesi, formeranno il BTI – Breaking the Impasse, una delegazione che avrà il compito di catalizzare la discussione sul tavolo dei negoziati politici tra Israele e la Palestina.

Essi sostengono che la normalizzazione delle relazioni politiche, basata sulla creazione di due Stati, è vitale per la società economica delle due parti e per garantire un’economia stabile e un futuro più prospero nella regione. Inoltre, i delegati hanno sollevato lo spauracchio di eventuali sanzioni che potrebbero essere imposte a Israele e hanno espresso tutto il loro timore per le banche israeliane che finanziano la politica degli insediamenti in Cisgiordania.

Anche il commentatore d’economia Sever Plotzker ha chiarito per Yediot Ahronot che le fluttuazioni dell’economia israeliana sono collegate all’andamento del processo di pace, indicando che gli uomini d’affari più in vista hanno finalmente compreso che non è più possibile né farsi da parte, né accettare la tesi di Netanyahu secondo cui l’economia israeliana possa fiorire anche senza una pace con i palestinesi. Tuttavia, il ministro dell’economia Naftali Bennett, che è alla guida del partito di estrema destra HaBayt HaYehudi, “La Casa Ebraica”, è di tutt’altra opinione: egli, infatti, ha affermato che la soluzione a due Stati con i palestinesi non solo distruggerebbe l’economia israeliana, ma metterebbe anche a repentaglio la sicurezza territoriale di Israele. Bennet ha dichiarato: “Negheremo loro [ai palestinesi] la possibilità che la Giudea e la Samaria [la Cisgiordania] controllino tutto: Tel Aviv, il centro Azriel e Herzeliya. Altrimenti, fate pure copia-incolla di quello che nelle città più colpite dai razzi provenienti dalla Striscia di Gaza, come Ashdod e Sderot. Solo allora vi accorgerete come sarà Israele quando pioveranno missili ogni giorno. Chiedetevi cosa accadrà quando verrà cancellato anche un solo volo in arrivo all’aeroporto Ben Gurion, l’economia d’Israele andrà in frantumi”.

Comunque sia, è soprattutto dopo il boicottaggio accademico americano, dopo le decisioni vincolanti dell’Unione europea e dopo il ritiro degli investimenti olandesi dalle banche israeliane che la comunità imprenditoriale d’Israele si sta convincendo che gli insediamenti costituiscano un ostacolo al processo di pace.

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Roberta Papaleo

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