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Una bicicletta per Wadjda

Articolo di Giusy Regina.

Questa è la storia di Wadjda, una bambina che voleva una bicicletta.

Che c’è di male? Nulla se vivi a Roma, New York, Tangeri, Il Cairo. Tutto, se vivi in Arabia Saudita, frequenti una scuola coranica conservatrice ed è legge non scritta che “le donne non vanno in bicicletta, altrimenti non potranno avere figli un giorno”. Ma Wadjda sembra una bambina diversa, un po’ ribelle in quel contesto. Secondo me invece è solo una bambina come tante altre che vedendo i suoi compagni andare in bicicletta, non capisce perché non può farlo anche lei. Si tratta di un gioco e ai bambini piace giocare.

La bicicletta verde (Wadjda il titolo originale) è il film d’esordio della regista saudita Haifaa Al-Mansour: prima della storia dunque, l’elemento rivoluzionario sta nella presenza femminile dietro la macchina da presa. “Ho fatto in modo di rispettare la cultura dell’Arabia Saudita e ho raccontato una storia semplice e intima; ma ho cercato di farlo dolcemente, senza arrivare a scontrarmi. E questo per far sì che le persone possano vedere le cose da un’altra prospettiva”, lo ha dichiarato la regista durante un’intervista per The Guardian. Insomma anche in Arabia Saudita ci sono uomini e donne che vogliono che alcune situazioni cambino e che si schierano a favore dei diritti delle donne. Per queste persone la regista è stata acclamata come una sorta di eroina. Altri invece, quelli più conservatori e tradizionalisti, non hanno apprezzato affatto il film né tantomeno la regista. Ma anche a questo proposito Haifaa Al-Mansour dichiara: “Ogni processo di cambiamento è doloroso ha bisogno di tempo. Io vedo piccoli passi in questa direzione anche in Arabia Saudita”.

E un piccolo passo è anche quello della storia di Wadjda, bambina vivace ed estroversa, affettuosa ed intelligente che abita alla periferia di Ryad e cerca di vivere con spensieratezza la sua età. Considerata una ribelle, veste Converse All Star sotto la lunga tunica nera e dimentica spesso di coprire la testa con il velo scuro; intreccia braccialetti colorati che poi rivende alle amiche e ha come obiettivo momentaneo quello di comprare una bellissima bicicletta verde, con cui fare le gare con il suo amico Abdallah. Nel suo piccolo circolo di vita quotidiana, Wadjda cerca di superare i limiti imposti dalla sua cultura, in modo del tutto semplice e personale. La bicicletta è un simbolo di libertà, evasione, uguaglianza in un mondo in cui le donne possono mostrare solo lo sguardo, a meno che non si tratti del proprio marito, devono accettare con sofferenza la poligamia, non possono guidare e tanto altro ancora. E tutto questo si trova nel film, senza però essere urlato bensì raccontato con pacatezza. E sta proprio nella pacatezza forse la sua forza.

La bicicletta verde, che ho visto al cinema Rif di Tangeri in lingua originale e sottotitolato in francese, è uscito anche in Italia nel dicembre 2012 e, secondo le recensioni, è stato doppiato in italiano in modo pessimo. Non posso esprimermi su questo ma senza dubbio vedere un film nella lingua in cui è stato pensato, scritto e girato gli dona tutta la forza e la carica intrinseca che le parole gli conferiscono. E proprio attraverso le parole e le immagini e la storia si mette un piccolo tassello al difficile e lungo percorso verso una vita più libera e paritaria anche in un paese come l’Arabia Saudita.

Il film è davvero interessante: lascia un po’ spiazzati, è divertente e a tratti malinconico e ci vuole un po’ di tempo per metabolizzarlo prima di trasferire su carta il racconto di una realtà che sembra così lontana eppure così attuale.

 

 

 

Giusy Regina

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