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Ban Ki-moon nel Sahara: per una soluzione al conflitto

sahara occidentale

Di Muhammad al-Ashabi. Al-Hayat (23/11/2015). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Sembra difficile che l’inviato internazionale nel Sahara, Cristopher Ross, possa ritornare nella regione a nord del continente africano, soprattutto quando ci si prepara alla visita del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Quasi due decenni fa, era stata la volta del suo predecessore, Kofi Annan, il quale aveva sperato in una soluzione decisiva al conflitto da realizzarsi negli anni ’90 del secolo scorso.

Ma anni e decenni sono trascorsi, con il susseguirsi di diversi mediatori, senza una soluzione alla crisi. Quando l’ex segretario generale, Kurt Waldheim, arrivò nella regione alla vigilia della “Marcia Verde”, l’allora re Hassan II gli mostrò i progetti della grande diga alla periferia di Marrakech che avrebbe permesso il trasferimento di acqua e vegetazione in un deserto semi-arido. Essa rappresentava una sfida politica e di sviluppo.

Oggi, in occasione della visita di Ban Ki-moon, il re Mohammad VI segue le tracce del predecessore con la pianificazione di disegni di sviluppo che prevedono un piano di riorganizzazione regionale e la decentralizzazione del potere tra le altre province del Sahara. In aggiunta, egli mira alla formazione di un centro di polarizzazione regionale, a vantaggio dei maghrebini e del Sahel africano, così come in passato la regione rappresentava il centro di propagazione culurale e rotta commerciale per le comunità arabe e africane circostanti.

In tal senso, proprio la scommessa sulla crescita ha rappresentato una delle sfide più importanti, alla luce di quel deficit di cui la popolazione ha sofferto durante l’occupazione spagnola. Ma la sua realizzazione richiede maggiori risorse e progetti. Se in un primo momento tali sforzi avevano tentato di modificare il profilo della regione, successivamente vennero ostacolati dalla realtà politica che non permetteva l’integrazione dei discendenti degli abitanti originari del Sahara. Ne deriva la loro disgregazione e dispersione negli accampamenti di Tindouf, a sud-ovest dell’Algeria e a nord della Mauritania, sotto l’influenza del Marocco.

Tale disgregazione ha influito nel rallentare il processo di risoluzione pacifica, tanto che l’ex inviato internazionale, James Baker, aveva suggerito una serie di negoziati tra le quattro parti: Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania. Fin ora, ciascun delegato internazionale ha cercato di seguire le orme di chi l’ha preceduto per giungere ad una soluzione condivisa che possa soddisfare tutte le parti in questione.

Attualmente, alla luce delle sfide di sicurezza e dell’avanzare della minaccia terrorista, specie dopo l’attentato alla capitale del Mali, Bamako, è necessario che il segretario generale Ban Ki-moon si mantenga in linea con le convinzioni da lui espresse. Come egli ha evidenziato, l’aggravarsi della disperazione, del malcontento e della diminuzione di occasioni di soluzioni provocano situazioni rischiose e di estremismo. Prima di lui, Kofi Annan aveva sottoposto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza un dossier in cui si presentava una regione colpita da emigrazione clandestina, traffico di armi e droghe e criminalità organizzata.

Dunque, sono due i fattori su cui insistere per garantire stabilità: democrazia e sviluppo. Le parti interessate hanno intrapreso un cammino diplomatico e politico che spinge verso l’adozione di un modello condiviso e sicuro. Sin dall’inizio del conflitto nel Sahara, attività di mediazione e iniziative in rete hanno proteso verso la riparazione di crepe e il riavvicinamento di opinioni divergenti, nonostante la maggioranza sostenga che una soluzione, affinché risulti efficace, necessiti di accordi internazionali che la sostengano e tutelino, per evitare ulteriore violenza. Da qui, il ricorso alle Nazioni Unite.

L’attenzione è ora rivolta al Segretario Generale ONU e alle sue eventuali proposte, in linea con le risoluzioni precedenti. Tuttavia, l’impegno a risolvere la crisi dalla sua matrice e la volontà a costruire un futuro diverso aprono già un barlume di speranza.

Muhammad al-Ashabi è scrittore e giornalista marocchino.

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Roberta Papaleo

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