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Baghdad, le ferite di guerra curate dal rigoglio culturale

The forgotten - Sundus Abdul Hadi
The forgotten – Sundus Abdul Hadi

di Sinan Salaheddin (Daily Star Lb 25/03/2013). Traduzione e sintesi di Claudia Avolio.

Nella Casa della Moda irachena si sente il suono delle macchine da cucire mentre i sarti lavorano fino a tardi dietro muri di cemento antiesplosione mettendo a punto costumi dai ricami arzigogolati. L’atmosfera energetica è in netto contrasto col vicino Museo Nazionale Iracheno, che resta chiuso al pubblico un decennio dopo essere stato saccheggiato insieme ad altri edifici governativi in seguito all’invasione americana. Baghdad è stata nominata Capitale della Cultura Araba del 2013: la cerimonia d’apertura si è tenuta sotto un grande tendone in Zawraa Park, e ha mandato in scena un concerto corale e una performance del famoso musicista iracheno Naseer Shamma. Gli organizzatori sperano di usare il titolo ottenuto per accelerare il battito della vita culturale malaticcia di Baghdad. L’onoreficenza è conferita dalla Lega Araba all’interno di un programma istituito nel 1995 e coadiuvato dall’UNESCO. Ma segni indicano che la città con le sue ferite di guerra forse non è ancora pronta.

Malgrado un budget di 500 milioni di dollari per l’iniziativa, la sicurezza resta una preoccupazione e le autorità non sono riuscite a mettere a nuovo diversi edifici culturali danneggiati o lasciati nell’incuria dopo l’invasione del marzo 2003 da parte americana. Nei prossimi mesi si organizzeranno mostre d’arte ed eventi letterari, tavole rotonde sul retaggio culturale e sull’archeologia, simposi di poesia e letteratura, sfilate di moda, concerti, proiezioni di film e piéce teatrali. “Questo festival sarà un chiaro messaggio al mondo per dire che la situazione a Baghdad è cambiata,” ha detto il portavoce del ministro della Cultura Abd al-Qadir al-Jumaili, “Baghdad è una città ricca di Storia e cultura e non è più una città di bombe, morte e conflitto”. Un tempo fulcro culturale del mondo arabo, questa città antica quasi 1250 anni ha perso molto del suo smalto dal 2003. L’edificio del dipartimento per il Cinema e il Teatro di Baghdad non è stato ristrutturato dopo esser stato saccheggiato e dato alle fiamme nel caos post-invasione.

Baghdad ha ora solo quattro teatri e tre cinema disponibili per l’evento, dagli 82 che ne possedeva prima della guerra. Il numero di gallerie d’arte è crollato da 20 a 4. Anche il Museo Nazionale è stato saccheggiato: collezioni rubate o distrutte registravano circa 7000 anni di civiltà in Mesopotamia. Louise Haxthausen, direttrice in Giordania dell’ufficio UNESCO per l’Iraq, ha detto che i siti archeologici della nazione e le sue strutture culturali hanno pagato un alto prezzo negli anni di conflitto. Il festeggiamento di quest’anno è per lei un’opportunità di restaurare alcune eccellenze culturali di Baghdad. “Gli eventi in programma promuoveranno anche i molti sforzi compiuti dagli artisti iracheni per mantenere viva la cultura della città,” ha detto la direttrice, aggiungendo che “contribuiranno anche a cancellare l’immagine negativa di una ‘zona di guerra’”. Saad Hashim Abdullah, che affitta parti dell’edificio del cinema a mercanti per brevi periodi, dice che “il cinema e il teatro sono morti dopo la caduta di Baghdad”. Incoraggiato dai miglioramenti nella sicurezza, ha riaperto il cinema nel 2009, richiudendolo però soltanto un mese dopo. Il direttore del dipartimento per il Cinema e il Teatro, Shafiq Mahdi, incolpa il “regresso” del periodo post-invasione per la perdita dei tesori culturali iracheni.

Con un budget statale di circa 15 milioni di dollari, Mahdi ha acquistato nuovo materiale, finanziato la produzione di 24 film e assunto esperti da Francia, Germania, Tunisia, Egitto ed Iran. All’ottimismo dell’uomo fa eco quello del pittore residente a Baghdad Qassim Sabti: “Abbiamo bisogno di un polmone nuovo per respirare la creatività irachena, perché siamo stati privati di attività simili per troppo tempo”. Non tutti sembrano convinti, come il poeta Hamid al-Shimmari per il quale “il periodo non è ideale per ospitare un evento del genere”. Secondo al-Shimmari a Baghdad serve di più che qualche rinnovo nella sua infrastruttura culturale: ha bisogno di un senso di normalità e sicurezza stabile. “La cultura è un mondo meraviglioso che significa tolleranza e fantasia, non orrore e paura,” aggiunge, “La tensione è alta in ogni angolo e temo che il vicino evento non trasmetterà una bella immagine di Baghdad”. Tornando alla Casa della Moda irachena, gestita dallo Stato, si sente però un senso di speranza. L’artista Ara Yessayan ha riunito circa 75 giovani di diversi background etnici e religiosi per una performance che mescolerà teatro, danza e moda a simbolo dei quasi 7000 anni di Storia irachena. “Questo è ciò che succede in Iraq,” dice Ara, “Nonostante le ferite di cui l’Iraq e Baghdad hanno sofferto, entrambe sopravviveranno”.

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Claudia Avolio

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