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Ashraf Fayadh, revocata la pena di morte

ashraf fayadh

Di David Batty e Mona Mahmood. The Guardian (02/02/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi.

Una giuria di giudici ha revocato la sentenza di morte per Ashraf Fayadh, accusato di aver rinnegato l’Islam, decretando però 8 anni di prigione e 800 frustate. Il poeta palestinese dovrà inoltre esprimere il proprio pentimento attraverso una dichiarazione ai media ufficiali sauditi.

La decisione è giunta dopo che il suo avvocato Abdulrahman al-Lahem ha sostenuto che la sentenza era completamente errata, poiché a Fayadh è stato negato un giusto processo. Il nuovo giudizio ha revocato la pena di morte, ma ha confermato che il poeta è colpevole di apostasia. Lahem ha ribadito l’innocenza di Fayadh, annunciando che ricorreranno in appello e chiederanno un rilascio su cauzione.

Adam Coogle, di Human Rights Watch, ha dichiarato: “Invece di decapitarlo, gli hanno imposto una lunga prigionia e la fustigazione. Nessuno dovrebbe essere arrestato per aver espresso pacificamente la propria opinione, tantomeno essere sottoposto a punizioni corporali e al carcere. I funzionari della giustizia saudita devono intervenire con urgenza per abolire questa sentenza ingiusta”.

La condanna a morte, imposta a novembre, aveva provocato una protesta mondiale: centinaia di autori eminenti avevano chiesto la sua liberazione e più di 60 organizzazioni di rilievo internazionale, tra cui Amnesty International e l’associazione di letterati PEN International, avevano lanciato una campagna per chiedere alle autorità saudite e ai governi occidentali di salvarlo. La settimana scorsa, a sostegno del suo caso si sono svolte letture delle sue poesie in 44 Paesi. 

Ashraf Fayadh, che soffre di problemi mentali, ha trascorso quasi 2 anni nel carcere di Abha, città nel sud-ovest del regno ultraconservatore. Il 35enne rifugiato palestinese era venuto alla ribalta come artista e membro di Edge of Arabia, collettivo di artisti britannico-saudita. È stato arrestato nell’agosto 2013 dalla polizia religiosa – mutaween – in seguito ad una denuncia secondo la quale aveva imprecato contro Dio e il profeta Muhammad, offeso l’Arabia Saudita e distribuito un libro di poesie che promuovevano l’ateismo. Secondo Fayadh la denuncia era scaturita da una discussione personale in un caffè di Abha.   

Rilasciato dopo un giorno, è stato arrestato nuovamente il 1 gennaio 2014 e trattenuto in una stazione di polizia, per essere trasferito nel carcere locale 27 giorni dopo. Al processo del maggio 2014, la corte generale di Abha lo ha condannato a 4 anni di prigione e 800 frustate.

Dopo il respingimento dell’appello, Fayadh è stato rimesso sotto processo il 17 novembre 2015 e condannato a morte da una nuova giuria di giudici, secondo i quali il suo pentimento non impediva l’esecuzione. Ma nei documenti dell’appello sottomessi il mese scorso, il suo avvocato ha sostenuto che la sentenza era basata su accuse non convalidate e ignorava le prove della sua malattia mentale.

David Batty e Mona Mahmood sono reporter specializzati in Medio Oriente. Entrambi scrivono per The Guardian.

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Cristina Gulfi

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