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Archivi Gheddafi a Londra: la Libia prima della Primavera araba

di Farah Abushwesha (Tripoli Post 19/06/2012). Traduzione di Claudia Avolio

Mentre gli ultimi sei mesi hanno visto un tripudio di mostre, dibattiti e pubblicazioni concentrate sull’arte libica e su altre forme di espressione creativa derivate dalla Primavera araba, ora vediamo come – curiosamente – il regime stesso divenga per il mondo dell’arte un nuovo punto su cui riflettere. “Archivi Gheddafi: la Libia Prima della Primavera Araba” è una mostra che si inserisce nel contesto del Festival della Fotografia di Londra. Molte delle immagini e dei documenti sono pezzi che non sono mai stati messi in mostra prima d’ora. Sono stati rinvenuti nei palazzi dell’intelligence libica e nelle residenze distrutte della famiglia Gheddafi, dal direttore di Human Rights Watch’s Emergencies, Peter Bouackaert, che si è recato sul posto per documentarli.

 

La collezione è stata raccolta e ordinata con cura in ordine cronologico: dal regno di re Idris fino al regime del dittatore, mettendo in luce un’interessante prospettiva sui tempi andati. Dal punto di vista culturale, l’esposizione sottolinea l’importanza del ruolo della fotografia nel registrare e documentare il passato: nello specifico, un periodo buio della storia libica che molti si stanno ancora sforzando di capire. Gli organizzatori della mostra descrivono la collezione come qualcosa che offre una visuale rara dei tempi in cui la Libia era effettivamente chiusa all’occidente, dalla metà degli anni ’70 fino alla rivolta popolare dello scorso anno. E lo fa raffigurando il caos sociale, l’era del Libro Verde, la tortura e la disavventura militare, accanto ai viaggi strategici di Gheddafi in terra straniera nell’Europa dell’Est e in Medio Oriente.

 

La mostra va oltre “la stretta di mano e il sorriso” della politica, superando la propaganda e rivelando cosa stava davvero accadendo. L’archivio contiene 1000 immagini pervase da un certo fascino, che spaziano lungo un ampio spettro di temi, in cui ognuno può trovare qualcosa che gli interessa. C’è per esempio anche qualcosa per chi sta celebrando il Giubileo della Regina d’Inghilterra: una foto che ritrae re Idris mentre accoglie una giovane Elisabetta II nel 1954 nel corso del suo secondo viaggio all’estero come monarca. Se da un lato i libici non hanno bisogno di promemoria fotografici dell’oppressivo regime, dall’altro lo scopo della mostra è di usare i visual media come foto, saggi e video per ricreare la sensazione di un dittatore onnipresente. In modo tale per i visitatori sarà più facile farsi un’idea di ciò che il popolo libico ha dovuto passare negli ultimi 41 anni.

 

Un aspetto che colpisce sono i primi anni di Gheddafi che mettono bene in luce la forte relazione tra il colonnello ed il suo eroe, il presidente egiziano Nasser. Con l’escalation in atto in Siria si spera che immagini del genere riescano a servire una causa più ampia e a dimostrare quanto sia essenziale ricordare a chi si trova al potere di smettere di dare sostegno all’esistenza di tiranni. Il tempo in cui la Libia potrà esporre mostre del genere nei musei pubblici deve forse ancora venire. Ad alcuni potrà sembrare che la mostra a Londra sia una sorta di glorificazione dell’era Gheddafi: ma è importante invece essere testimoni di ciò che è il passato ed esaminarlo per come si è mostrato. Non possiamo cancellare il passato, né il devastante impatto che il regno di Gheddafi ha avuto sul popolo della Libia.

 

La speranza è che le opere esposte possano essere preservate come parte degli archivi ufficiali, dal momento che tutti i materiali originali – dopo essere stati fotografati – sono stati lasciati nel luogo in cui erano stati rinvenuti, oppure restituiti al Consiglio Nazionale di Transizione libico. La domanda è anche se i libici siano già pronti a vedere tale mostra con l’obiettività di uno spettatore culturale, separandosi dal recente passato. L’interpretazione riguarderà sempre l’individuo poiché essa è soggettiva, e ce ne sarà una diversa per ognuno di noi. E’ stato suggerito come la “pulizia emotiva” possa avere inizio soltanto quando puntiamo un riflettore su ciò che del passato è marcio. Le responsabilità sono chiare, e vanno presupposte, perché una cosa è certa: i despoti non restano al potere grazie alle loro forze, ma perché sono tenuti lì.

 

Quando guardo queste immagini, non posso trattenere un misto di ironia e sarcasmo, ricordando le parole di Percy Bysshe Shelley in “Ozymandias”:

 

“Il mio nome è Ozymandias, re dei re:

Guardate alle mie opere, o Potenti, e disperate!”

Niente intorno rimane. Accanto alla rovina

di quel rudere colossale, illimitate e spoglie

le sole e piatte sabbie si stendono lontane.

 

Perché più di ogni altra cosa, per me una mostra come questa dà prova di come un vasto regno e il suo governo possano scomparire, proprio come il poema è un promemoria del fatto che né ciò che si possiede, né i re, né i dittatori sono immortali. E il sonetto indica che forse lo spettatore si renderà conto di come la sabbia sia ora più vasta dell’impero.

 

qui è possibile vedere alcune foto della mostra, inaugurata il 21 giugno e che si conclude oggi: http://lfph.org/diary/the-gaddafi-archives-libya-before-the-arab-spring


Claudia Avolio

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