Politica Zoom

Arabia Saudita: rivoluzionari senza una rivoluzione

di Rosie Bsheer (Egypt Independent 02/04/2012) – Traduzione di Claudia Avolio

 

La controrivoluzione guidata dall’Arabia Saudita, dura com’è stata nel resto del mondo arabo, è forse oggi più inflessibile che mai all’interno dei confini del regno. Le forze di sicurezza addestrate e armate dagli Stati Uniti sono state dispiegate con precisione in tutto il Paese, per scoraggiare ogni potenziale segno di aggregazioni di massa e proteste. Solo nello scorso anno, almeno otto sauditi sono stati uccisi per aver preso parte a manifestazioni pubbliche. Senza contare l’inesorabile brutalità della polizia contro civili disarmati che ha portato al ferimento di numerosi uomini e donne. Inoltre, in centinaia sono stati illegalmente detenuti per aver supportato richieste di riforme e proteste. Tali violenze e intimidazioni non sono state riservate solo a chi ha osato scendere per le strade. A decine di persone è stato anche impedito di viaggiare, sono state messe agli arresti domiciliari, o messe a tacere nella stampa saudita solo perché hanno criticato lo status quo. Alcuni sono stati costretti a firmare impegni formali a non prendere parte in atti che “vanno contro le leggi dello Stato e le sue norme”. Numerosi blog sono stati oscurati, e due utenti di twitter messi in carcere col rischio oggi di dover affrontare una sentenza di morte. Senza girarci troppo intorno: decine di cittadini sono stati intimiditi perché restino in silenzio.

 

Gli atti sopracitati increspano appena la superficie delle conseguenze dovute alla campagna controrivoluzionaria interna all’Arabia Saudita. A completare questa realtà desolante si aggiunge il blackout dell’informazione che l’impero dei media sauditi è riuscito a imporre sugli sviluppi locali. Nelle sue cronache è riuscito a dirottare e ricreare gli eventi, da Sana’a a Manama, da Damasco a Muscat. Altrettanto allarmante il modo in cui i media controllati dall’Arabia Saudita sono in gran parte riusciti a far tacere il flusso di informazione sugli eventi locali tanto all’interno quanto all’esterno del Paese. La maggior parte dei siti internet che contengono informazioni critiche verso la famiglia regnante, così come i siti che semplicemente riportano reclami che mettano in pericolo lo status quo, vengono bloccati. Questo è soprattutto il caso dei siti in lingua araba e di quelli che hanno origine all’interno del Paese. Le leggi sui media si sono fatte più severe: riportare informazioni o immagini di proteste saudite comporta una sentenza di carcere fino a 10 anni, con migliaia di dollari di multe. Non sorprende molto, dunque, che esista una disconnessione significativa nelle notizie non solo per chi vive all’estero, bensì anche per chi risiede in Arabia Saudita. In ogni momento, i residenti della maggior parte delle città saudite restano perlopiù all’oscuro di ciò che sta accadendo solo pochi chilometri più in là, figuriamoci in altre città saudite poi.

 

Leggi sempre più severe, insieme al blackout dell’informazione, contrastano comunque con le consistenti seppur piccole proteste nel regno. Ogni settimana, donne e uomini sauditi si riuniscono davanti a vari ministeri del Paese per esprimere le più semplici richieste, come l’aumento dei salari, essere reintegrati a tempo indeterminato nei loro luoghi di lavoro come promesso, essere pagati in tempo, e ottenere la tanto sperata concessione di terra o sovvenzioni in denaro. Malgrado siano regolari, tali riunioni di massa – ammesso che ne venga data la notizia attraverso i media – sono descritte come un gesto magnanimo dei funzionari che aprono le loro porte a cittadini comuni per risolvere i loro problemi. Al ministero degli Interni di Riyadh, proteste che chiedevano il rilascio di prigionieri politici – qualcosa che accadeva ogni settimana solo pochi anni fa – si sono quasi fermate del tutto negli ultimi dieci mesi, considerando l’attenzione che avevano suscitato. Fino a poche settimane fa, quando il caso dei prigionieri politici è stato risollevato, ogni menzione dei diritti del prigioniero è stata sommariamente liquidata come una richiesta strettamente sciita, che – nel linguaggio settario dei media sauditi – equivale a dire che non è un caso nazionale che meriti attenzioni di sorta. Atti di protesta non si sono limitati ai ministeri governativi. Impiegati in diversi settori delle imponenti compagnie come la Saudi Airlines e la Saudi Telecom Company (STC) hanno scioperato per giorni, a volte settimane, per via della corruzione dilagante, le deteriorate condizioni di lavoro e le pratiche discriminatorie sul posto di lavoro. In diverse occasioni, questi impiegati sono stati in grado di mandare in tilt uno degli incroci più trafficati di Riyadh, su Olaya Street di fronte alla Kingdom Tower, prima che la polizia antisommossa li disperdesse.

 

I primi di marzo, quest’anno, sulla scia delle proteste universitarie alla King Saud University, più di 5 mila donne si sono riunite fuori dalla King Khalid University di Abha. A dispetto degli echi ufficiali dei media, fin troppo settari e liquidatori nel tono, le giovani studentesse hanno rivolto la propria rabbia alle misure amministrative corrotte, alle pratiche discriminatorie sul genere, e alle politiche sempre più restrittive. La sicurezza del campus ha permesso alla polizia di Stato l’ingresso all’università per mettere a tacere la protesta. Come risultato, una studentessa è rimasta uccisa, un’altra ha avuto un aborto spontaneo e più di 40 donne sono rimaste gravemente ferite. La storia è stata subito riconfenzionata dai media locali come la notizia di studentesse che protestavano per l’immondizia nella loro università. Chi protestava, secondo tale versione, avrebbe attaccato gli impiegati dell’università e nel farlo avrebbe causato ferite a sé e agli altri. Come avvenuto in altri incidenti in Arabia Saudita che richiedono indagini serie, una commissione è stata incaricata di far luce sulla faccenda, mentre le “colpevoli” sono state obbligate a firmare dichiarazioni e scuse per le loro azioni. Dietro le porte chiuse, sauditi di ogni estrazione sociale parlano liberamente della corruzione del regime e dell’ironia nel suo dare supporto al rovesciamento di Bashar al-Assad, dopo aver soffocato le proteste di chi manifestava nell’altrettanto autoritario Bahrain. Non sorprende, comunque, che le critiche e gli atti di opposizione al regno di al-Saud siano sorti a Qatif e dintorni, nella Provincia dell’Est (Ash-sharqiyya). Tale movimento di protesta è di rado menzionato in Arabia Saudita, tantomeno riconosciuto, perfino da chi in altre zone del Paese potrebbe considerare la sua causa comune alla loro.

 

A Qatif, lo scenario della rivolta si è drasticamente modificato dall’ultima volta che ci sono stata in giugno. All’incrocio tra Riyadh Street e King ‘Abdulaziz Road, la Rotonda della Rivoluzione – da dove partono le proteste del venerdì quasi ogni settimana – è stata demolita. Tuttavia ne restano tracce visibili sul terreno. La sua importanza come simbolo di solidarietà e provocazione resta incisa nella memoria della gente. Nel quartiere di Ashuwaykah, a est della rotonda, King ‘Abdulaziz Road è stata rinominata shari’ al-thawra, la strada della rivoluzione, ed è un luogo di proteste settimanali. E’ pieno di fotografie dei sette giovani uomini che sono stati uccisi dalle forze di sicurezza saudite, così come di foto di alcuni che pur avendo ricevuto colpi d’arma da fuoco sono sopravvissuti. Lì, ogni angolo e fessura sono ricoperti da graffiti antiregime. I più presi di mira? Il principe Nayef bin ‘Abdulaziz, suo nipote governatore della Provincia dell’Est Mohammad bin Fahd bin ‘Abdulaziz, e Hamad al-Khalifa del Bahrain. Sia Nayef che Mohammad bin Fahd sono forse i principi più odiati nella zona, se non nel Paese. Mohammad bin Fahd è famoso per la sua corruzione endemica, sottrazione di proprietà privata ai cittadini locali, e raccolta di miliardi prendendo illegalmente i terreni pubblici e rivendendoli ad investitori a prezzi esorbitanti. E’ anche celebre per essere stato coinvolto in progetti immobiliari illegali a La Mecca e in altre zone, e per aver privilegiato un gruppo di famiglie sunnite nella provincia a discapito di tutti gli altri. Nayef, dal canto suo, è anche più temuto in quanto colui che architettò la sanguinosa repressione della rivolta sciita negli anni ’80.

 

Mentre l’intero regime saudita, compreso re Abdullah, è implicato in questa soppressione storica così come nell’attuale controrivoluzione, Nayef è spesso indicato come la mente dietro gli eventi. Come ministro degli Interni, è anche responsabile della detenzione illegale di prigionieri politici, alcuni dei quali sono stati trattenuti per anni senza accuse o un giusto processo. Anche Nayef è implicato in poco chiari affari di beni immobili, tra cui uno dei più recenti ha visto coinvolta l’ultima parte della Dammam Corniche nella Provincia dell’Est. Negli ultimi mesi, le proteste nella zona si sono concentrate a al-Awamiyah, Qatif vecchia, Seihat e Tarut. Online i manifestanti sviano sull’ora e il luogo delle proteste, e spesso girano da un posto all’altro per confondere la polizia. La forte presenza della sicurezza nei venerdì a Qatif è contrastata dalla sua quasi assenza negli altri giorni della settimana, a eccezione di particolari circostanze come quelle verificatesi a al-Awamiyah il 22 marzo scorso. Era un giovedì come tutti gli altri, non girava una macchina. Eppure, alcuni informatori civili (mukhbirin in arabo) sono famosi per fare il lavoro sporco al posto della polizia. Mohammad Saleh al-Zanadi, giovane attivista che è anche uno dei 23 ricercati per aver organizzato la protesta, stava camminando per caso sulla via principale della città. Sembrava felice e pieno di vita. Ore dopo, hanno annunciato che era stato colpito da spari delle forze di sicurezza mentre si stava facendo tagliare i capelli dal barbiere in fondo alla strada. Mohammed è riuscito a scappare dopo tre colpi ricevuti, solo per essere catturato molte ore dopo da forze di sicurezza interne. La sicurezza è rimasta alta per tutto il fine settimana, con spari uditi di tanto in tanto per spaventare potenziali manifestanti. Anche se gli abitanti di Qatif non sono potuti scendere in strada in massa quella settimana, hanno invitato a farlo questo venerdì, 6 aprile.


Claudia Avolio

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