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Arabia Saudita: Mohamed Ben Salman cambia le regole del gioco e consolida il proprio potere nel Regno

Arabia Saudita re Salman
La nomina di Al-Muqrin come capo delle milizie nazionali per rafforzare la regola tribale su cui si basa

Di Gadi Hitman. Al-Quds Al-Araby (07/10/2017). Traduzione e sintesi di Flaminia Munafò.

Negli ultimi anni la storia moderna dell’Arabia Saudita come Stato nazionale è piena di avvenimenti in cui nessun re, nella sua posizione, ha amministrato le questioni del Regno. Questa era, ad esempio, la situazione sotto re Khaled, re Fahd e re Abdallah, e la tradizione continua sotto il regno di Salman. L’operazione “mani pulite” durante la quale 11 principi e diversi ex ministri sono stati arrestati alla fine della scorsa settimana è stata tacciata di corruzione: praticamente la prova che l’erede al trono Mohamed Ben Salman (32 anni) è l’uomo forte nel Regno.

Perché la questione si considera drammatica? La risposta è che nell’ultimo anno l’erede al trono ha preso provvedimenti senza precedenti che esprimono la forza del suo potere. Inizialmente ha nominato un suo fratello ambasciatore del Regno negli Stati Uniti e ad altri fratelli ha assegnato diversi incarichi fondamentali. Fino ad ora, nessuna sorpresa: nel Regno, il cui nome trae origine da quello della famiglia Sa’ud, è naturale che i fratelli dal primo momento siano i più fedeli e rafforzino le basi del sistema.

La nomina più importante è quella di capo delle milizie nazionali. Il principe Abdelaziz Al-Muqrin, appartenente ad un ramo della famiglia, è il cambiamento delle regole del gioco: Al-Muqrin negli ultimi dieci anni è stato responsabile delle relazioni dirette con le tribù, e la sua nuova posizione è in realtà un contratto di alleanza con queste e una garanzia della loro lealtà all’erede al trono nel momento dell’annuncio ufficiale. L’arresto di diversi principi alla fine della scorsa settimana con l’accusa di corruzione è inoltre la chiara espressione del fatto che Ben Salman non li consideri altrettanto fedeli e leali.

Oltre a ciò, chiunque sfidi ora i provvedimenti del principe ereditario compie un atto di tradimento perché si oppone agli interessi nazionali dell’Arabia Saudita che coincidono pienamente con quelli della famiglia nella volontà di mantenere il potere e nel sostegno alle minacce esterne – reali e non- per la continuità del regno e della famiglia.

Al momento Riad vede una minaccia reale nell’influenza dell’Iran, non solo sui paesi del Golfo ma anche sulla cartina politica del Medio Oriente. Secondo la visione dell’erede al trono, l’alleanza con le tribù forti è un fattore vitale in cui la calma interna permetterà di affrontare al meglio il nemico esterno. Il metodo migliore per portare avanti questo obiettivo è la nomina di una persona conosciuta dalle tribù, per cui i loro capi dimostreranno fedeltà ad Al-Muqrin e quest’ultimo rimarrà leale al ramo governante della famiglia.

In questo modo si costruisce un’identità collettiva il cui concetto base è “famiglia-tribù” per il quale tuttavia il resto dei cittadini sauditi -la grande maggioranza sciita nell’Est del paese e gli abitanti del Hijaz ad Ovest- al momento non fa parte del sistema di alleanze che sta tessendo Ben Salman. Quando ciò avverrà, sarà forse l’inizio della costruzione di un’identità nazionale condivisa tra tutti i cittadini. Il sospetto però è che Ben Salman si rivolgerà alle minoranze per un semplice motivo: la sensazione di essere forte quanto basta per amministrare le questioni del Regno. Oltre a ciò il movimento wahabbita, prevalente nel Regno e che vede negli sciiti dei miscredenti, non permette concessioni politiche e sociali per creare una base nazionale condivisa. Il risultato è che il paese è sotto il potere di un Ben Salman che continua a dipendere dalla lealtà della regola “famiglia-tribù”.

Gadi Hitman è professore di Scienze Politiche all’Università di Ariel.

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