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Arabia Saudita: il Paese che decapita i diritti umani

Di Mathieu Boch. Arte.tv (23/09/2015). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

L’Arabia Saudita, uno dei campioni del mondo della pena di morte, ha ricevuto l’incarico di nominare gli esperti del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Per Hillel Neuer, direttore esecutivo della ONG UN Watch, “è scandaloso che l’ONU scelga un Paese come l’Arabia Saudita per presiedere a questo gruppo: i petrodollari e la politica hanno la meglio sui diritti umani”.

Questa nomina arriva di pari passo con la condanna di Ali al-Nimr. Questo ragazzo verrà “decapitato e poi messo su una croce e lasciato marcire”. La sentenza verrà applicata nei prossimi giorni. Ali al-Nimr ha esaurito tutti i ricorsi possibili e tutte le possibilità di appello. Arrestato nel 2012, all’età di 17 anni, durante una manifestazione contro il regime saudita, quest’oppositore sciita è stato condannato lo scorso 15 ottobre dal tribunale penale speciale di Riyad per i seguenti capi d’accusa: “disobbedienza e slealtà nei confronti del capo di Stato, incitazione al rovesciamento del regime, incitazione alla manifestazione, incitazione al conflitto settario, messa in questione dell’integrità del potere giudiziario e ingerenza negli affari di uno Stato vicino” (cioè il Bahrein). Una decisione fondata su “confessioni” ottenute sotto tortura, secondo Ali al-Nimr.

La decisione ha suscitato l’indignazione del mondo interno ed è stata espressa su tutti i social network, specialmente su Twitter co l’hashtag #Freenimr. Suo padre, Mohammed al-Nimr, è rifugiato in Regno Unito; su Twitter ha riportato i dettagli del processo di suo figlio, che sono stati condannati anche da Amnesty International.

La condanna di Ali si aggiunge alle tragiche statistiche dell’Arabia Saudita, dove, tra il 2014 e l’inizio del 2015, quasi la metà delle esecuzioni hanno riguardato crimini che non hanno provocato altre morti. Almeno 175 persone sono state giustiziate, cioè una media di una ogni due giorni. Un ritmo che, di recente, ha obbligato l’Arabia Saudita a reclutare nuovi boia. In un anno, la frequenza delle esecuzioni è decisamente aumentata.

Non è possible spiegare questo fenomeno, che mette il regno saudita al terzo posto dopo Cina e Iran nella lista dei Paesi che praticano la condanna capitale. L’Arabia Saudita è uno Stato autocratico, governato da una sola famiglia. Sulla vita quotidiana vigono leggi severe e il diritto saudita è basato sulla shari’a, la legge islamica. Le esecuzioni vengono spesso eseguite in pubblico – decapitazioni, flagellazioni, lapidazioni. Pratiche che spingono a fare un paragone con il gruppo di Daesh (ISIS), anche se le autorità saudite se ne guardano bene dal farlo.

Anche passando sopra la crudeltà della sentenza e le approssimazioni dello svolgimento del processo, il giudizio del tribunale penale speciale di Riyad viola il diritto internazionale, condannando un minore (al momento dei fatti) per crimini non letali. Negli ultimi anni, i giudizi abusivi e le sentenza crudeli si sono moltiplicati in Arabia Saudita. Si può benissimo citare il caso di Raif Badawi, anch’esso oggetto dell’indignazione mondiale. Questo blogger e attivista è stato incarcerato nel 2012 e condannato per apostasia e insulto all’islam a mille frustate e a dieci anni di prigione.

Se l’esecuzione di Ali al-Nimr ha suscitato delle reazioni politiche, come quella della Francia che ha chiesto di sospendere la condanna, la nomina dell’Arabia Saudita a capo del comitato incaricato di nominare gli esperti del Consiglio dei diritti umani all’ONU non è ha suscitata nessuna. Perché? Le dinamiche economiche avranno preso il sopravvento?

L’Arabia Saudita, di fatto, è la prima economia del Medio Oriente e la 18ª a livello mondiale (nel 2014). Il suo peso economico è incontestabile, anche se gli Stati Uniti si sono appena ri-aggiudicati il titolo di primo produttore di petrolio al mondo. Importanti dinamiche economiche sono in atto anche in Europa: la Francia, ad esempio, è il primo fornitore di armi dell’Arabia Saudita e lo scorso 24 giugno ha negoziato una serie di accordi commerciali nell’ambito dell’aeronautica e del nucleare. Sono poi 68 le società francesi presenti in territorio saudita, primo partner commerciale della Francia nel Golfo.

Mathieu Boch è un giornalista multimediale per Arte.tv.

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Roberta Papaleo

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