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Arabia Saudita: il Golfo osserva la successione

Di Theodore Karasik. Al-Arabiya (23/01/2015). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Del regno di Abdullah restano sicuramente gli sforzi per tenere in piedi e unito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), un’unione nata come alleanza economica tra petromonarchie ma presto diventata un asse difensivo. I suoi maggiori contributi riguardano infatti l’aspetto della sicurezza, come anche il suo tentativo nel 2011 di creare l’Unione del Golfo. L’obiettivo è sempre la protezione delle dinastie al potere da nemici esterni e dissidenti interni. Anche per questo simili alleanze puntano anche sull’economia (quasi esclusivamente petrolio e derivati, dominio di importanza strategica mondiale), unico solido fondamento per la stabilità, ma non si fanno scrupoli a intervenire militarmente. Basti citare il bombardamento dello Yemen settentrionale a novembre 2009 o la sanguinosa repressione delle proteste in Bahrein nel 2011.

La difesa è un tema cruciale per le petromonarchie del Golfo, soprattutto nella lotta con l’Iran per la supremazia in Medio Oriente. Una questione che dopo il colpo di stato dei ribelli sciiti Houthi in Yemen è divenuta ancora più cogente, ma che in realtà è tra le principali preoccupazioni dei monarchi della Penisola Araba da quando Daish (conosciuto in Occidente come ISIS) ha iniziato la sua ascesa.

Lo scorso dicembre a Doha, Qatar, il 35° congresso del CCG è stato uno dei più delicati dalla sua fondazione nel 1981, che, vale la pena ricordare, è avvenuta su impulso di Riyadh con il vigoroso appoggio di Washington, due anni dopo la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini in Iran. Altro elemento degno di nota è che nel 1989 il presidente iracheno Saddam Hussein aveva risposto a questa mossa costituendo il Consiglio di Cooperazione Araba (CCA), che comprendeva Iraq, Giordania, Egitto e Yemen del Nord (dal 1990 vi ha aderito lo Yemen unificato). Quest’ultimo tuttavia non è sopravvissuto alle vicissitudini che hanno attraversato la regione, soprattutto a causa dei diversi retroterra politici e prospettive degli Stati membri.

L’importanza dell’incontro di dicembre a Doha risiede anzitutto nel rafforzamento dello Scudo della Penisola, la gendarmeria regionale, ampliata di 4.000 unità cui è stato affidato il compito di garantire sicurezza e stabilità. È stata inoltre annunciata la creazione di una polizia e di una flotta militare congiunte. La prima, chiamata GCC-POL, avrà sede ad Abu Dhabi, mentre la base principale della flotta sarà in Bahrein (che già ospita una delle più attive basi navali statunitensi). Era proprio questa la visione del CCG del re saudita Abdullah, che concentrava la sua attenzione su due minacce principali: i fondamentalisti islamici “interni” e i rivali regionali, Iran in primis, con qualche timore per gli sviluppi ottomaneggianti di Ankara. A latere, la CCG-POL si occuperà inoltre di traffici illegali, riciclaggio di denaro e crimini informatici. Fondamentale sarà in ogni campo lo scambio di informazioni tra i rispettivi servizi di sicurezza e l’infittirsi delle esercitazioni militari congiunte di terra, aria e mare.

La prospettiva di re Abdullah in realtà era ben più ampia. Anzitutto ha tentato di includere nel CCG anche le monarchie marocchina e giordana. Intanto ha provato a ricostruire le relazioni con l’Egitto, filo conduttore del suo incontro con il presidente egiziano El Sisi al Cairo a giugno 2014. Al centro di tutto c’è sempre la sicurezza regionale, una costante che lascia immaginare che il prossimo oggetto di discussione nel CCG (e non solo) sarà proprio la questione yemenita e soprattutto i suoi possibili sviluppi. Tutto dipende da come Riyadh gestirà l’eredità aggressiva di Abdullah.

Theodore Karasik è editorialista di Al-Arabiya, esperto di Medio Oriente, Russia e Caucaso.

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Roberta Papaleo

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