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“Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente” di Brian Whitaker

“Nella città palestinese di Qalqilya, il 25enne Waleed al-Husseini era stato folgorato da un’idea stravagante anche se irriverente. Aveva deciso che era tempo che Dio avesse una pagina Facebook, e così ne ha creata una. L’ha chiamata ‘Ana Allah (“Io sono Dio”) e il primo post annunciava scherzosamente che in futuro Dio avrebbe comunicato direttamente con le persone tramite Facebook poiché, pur avendo inviato dei profeti secoli fa, il suo messaggio non era ancora stato recepito”.

Si apre così il volume “Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente” del giornalista inglese Brian Whitaker, tradotto in Italia da Giordano Vintaloro, un accurato ed approfondito saggio che, con il ritmo e lo slancio dell’inchiesta giornalistica, sonda il terreno minato dell’ateismo e della libertà di culto nei Paesi di religione islamica.

Nell’immaginario collettivo, soprattutto quello occidentale, tutti gli arabi sono musulmani e fanatici integralisti, la cui vita è scandita dai precetti del Corano in ogni suo aspetto, da quelli delle relazioni pubbliche a quelli più intimi della vita privata e persino di coppia.

Una religione, in poche parole, che detta le regole del vivere quotidiano e che si manifesta nella sua massima severità laddove tali regole non vengono rispettate.

Eppure questa coltre di spiritualità forzata sembra cominciare a registrare delle crepe, con un crescente numero di giovani arabi che, con coraggio e consapevolezza, fanno il coming out, rivelando la loro scelta atea o agnostica, abbandonando l’Islam e allontanandosi dagli insegnamenti del Corano.

Whitaker nel suo lavoro ha voluto indagare attraverso le parole di molti testimoni le motivazioni di tali scelte e le inevitabili conseguenze che ne derivano. Perché lasciare l’Islam è haram, un musulmano può fare qualsiasi cosa ma non abbandonare l’Islam. Non è un caso che chi riesce a trovare il coraggio di confessare pubblicamente il proprio ateismo adotti una terminologia da attivista gay (“coming out”), perché atei e omosessuali vengono considerati alla stessa stregua come individui ripugnanti rispetto agli insegnamenti della fede coranica.

Whitaker ha raccolto in numerose interviste le testimonianze e le opinioni di persone di diversi Paesi del Medio Oriente che, pur nel travaglio interiore, sono riuscite a raggiungere la consapevolezza della loro rinnovata dimensione spirituale, pronti anche a pagarne le conseguenze, in primis con la limitazione della libertà personale, ma anche, a volte, con la stessa vita, soprattutto nelle monarchie del golfo dove l’ateismo viene di fatto equiparato al terrorismo e quindi punito con la medesima pena, ovvero la morte.

Interessanti appaiono anche i risultati di svariate indagini sociologiche che Whitaker riporta nella sua opera in merito alla relazione fra salubrità sociale e livello di religiosità: uno studio di Phil Zuckerman dimostra che le nazioni in cui ci sono più alte concentrazioni di non credenti presentano società più sane e più ricche, mentre quelle in cui c’è una più diffusa credenza in Dio sono caratterizzate da società più povere e insicure.

Significativa è la motivazione che spesso emerge nelle interviste fatte dall’autore agli arabi che hanno lasciato la loro fede: la maggior parte di coloro che hanno abbandonato l’Islam lo ha fatto perché ha considerato iniqua la giustizia divina. Per dirla con le parole di Nabila: “È così che sono iniziati i miei dubbi. Come si può dire che Egli è clemente e misericordioso quando in realtà è uno spietato castigatore? Non c’era logica per me”. Come lei molti altri giovani, che si scontrano però, come sottolinea l’autore in conclusione, con il fatto che per molti regimi arabi la religione è un indispensabile strumento di potere sulla popolazione. Per tale ragione la libertà di culto diventa in molti di questi Paesi una chimera irraggiungibile.


Beatrice Tauro

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