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Tra arabi e israeliani la moderazione è rivoluzionaria

WasatiaDi Mohammed S. Dajani Daoudi. The Daily Star (17/09/2013). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi

La moderazione solitamente non è un concetto rivoluzionario, ma nel contesto così ostinatamente intrattabile del conflitto tra israeliani e palestinesi lo è eccome.

Le voci militanti ed estremiste che si levano da entrambe le parti non sono rivoluzionarie. Il rifiuto di cercare una via intermedia e le campagne volte a demonizzare l’altro non portano che all’aggravarsi della situazione. I veri rivoluzionari sono invece coloro che invitano alla moderazione e alla comprensione, al fine di negoziare una soluzione basata sull’idea dei due stati.

Contrariamente a quanto riportano i titoli dei giornali, c’è una comunità palestinese moderata con un seguito sempre più ampio sotto la bandiera di un movimento che si chiama Wasatia.

Ho fondato Wasatia nel 2007 con l’obiettivo di fare della moderazione l’unica strada effettivamente perseguibile per una risoluzione del conflitto definitiva e pacifica. Il nome deriva dal termine “wasatan”, che compare in un versetto del secondo capitolo del Corano e vuol dire giustizia, equilibrio, moderazione, temperanza. Anche altre religioni, ebraismo e cristianesimo in particolare, abbracciano questi stessi valori, costituendo terreno fertile per un dialogo interreligioso e una coesistenza serena.

Ma la moderazione prima che principio religioso con cui rimpiazzare la retorica estremista è un principio profondamente umano – la volontà di vedere chi sta dall’altra parte non come nemici, ma come altri esseri umani, tutti ugualmente desiderosi di vivere in pace e sicurezza.

Anche io da studente, all’indomani dell’umiliante guerra del 1967, ho sposato la lotta armata come unico modo per rendere giustizia al mio popolo, ma l’esperienza mi ha portato a rifiutare ogni forma di violenza e ha radicato in me la convinzione che, dove il fanatismo e l’odio lasciano spazio all’empatia, emerge il desiderio comune per una soluzione pacifica.

Nel 2006, durante il mese di Ramadan, dal balcone di casa ho assistito ad una scena che aveva tutto il potenziale per degenerare in violenza. Centinaia di palestinesi della Cisgiordania erano fermi al checkpoint di Dahiet al-Barid al-Ram. Volevano attraversarlo per andare a pregare nella moschea di al-Aqsa. I soldati israeliani li hanno respinti con i gas lacrimogeni, ma invano.

Aspettavo gli spari da un momento all’altro, invece la situazione si è dissolta. Ho saputo poi che i palestinesi hanno avuto il permesso di entrare a Gerusalemme consegnando le carte d’identità al checkpoint per riaverle al ritorno.

Mi ha colpito come quei palestinesi avessero preferito una soluzione di compromesso. Dal canto loro, gli israeliani li hanno riconosciuti per quello che erano: credenti musulmani, ma moderati.

È stato allora che ho realizzato che non c’era nessun gruppo a rappresentare i palestinesi religiosi moderati. Qualche mese dopo ho fondato Wasatia.

Sappiamo bene che raggiungere il nostro obiettivo richiede tempo. Dobbiamo innanzitutto andare oltre l’influenza dei militanti, la loro interpretazione distorta del Corano, i comportamenti e i pregiudizi così profondamente radicati specie tra i poveri, i giovani e i non istruiti. Ma continueremo a promuovere il nostro messaggio di moderazione, perché siamo convinti che sia la chiave per un futuro più roseo per entrambe i popoli.

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Cristina Gulfi

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