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Antiamericanismo e “autunno islamico” a Tunisi

Erano circa 150 i barbus che venerdì 14 settembre hanno assaltato l’Ambasciata statunitense a Tunisi. Nel giro di pochi minuti, testimoni autoptici hanno riportato che il numero è cresciuto, come le bandiere nere dell’Islam recanti la shahada e le intonazioni del takbir (Iddio è grande). Dopo aver superato la prima barriera, i manifestanti hanno ingaggiato uno scontro con la polizia che ha esploso delle granate lacrimogene. L’arrivo di unità di supporto ha solo peggiorato l’escalation: due veicoli sono stati dati alle fiamme mentre alcuni manifestanti hanno raggiunto l’edificio e sono riusciti a sostituire la bandiera statunitense con la propria. Alla conclusione dell’episodio erano dodici le automobili bruciate, numerosi i danni materiali, almeno tre le vittime e circa ventinove i feriti.

Secondo gli inviati di Tunisie Numerique, due individui feriti sono deceduti dopo una frettolosa corsa all’Ospedale Mongi Slim mentre i salafi hanno sequestrato le telecamere ai giornalisti accorsi sul posto. Anche una scuola americana situata poco lontano dalla sede diplomatica americana è stata presa d’assalto. L’azione è stata condotta con mezzi rudimentali come delle bombole di gas usate come esplosivi per fare breccia lungo le mura ma soprattutto con bastoni e pietre. All’incirca alle 18 ora locale la manifestazione è stata dispersa.

Anche in questo caso il casus belli è stato il malcontento suscitato dalla diffusione dell’ormai popolare film sulla vita del Profeta Muhammad, dal titolo Innocence of Muslims. Hamadi Jebali, Primo Ministro proveniente dalle fila di al-Nahda si è detto preoccupato per quanto avvenuto ed ha annullato gli impegni contratti quale segno di particolare interesse per la faccenda. Il gruppo degli Ansar al-Shari‘a, lo stesso che in Libia sarebbe stato artefice dell’assalto in cui ha perso la vita l’ambasciatore Christopher Stevens, aveva diffuso tramite i propri media un appello (da‘wa) alla riunione davanti ai locali dell’Ambasciata statunitense dopo la salat al-juma‘a, la preghiera comunitaria di mezzodì. Il flyer parla di stazionamento (wuquf) e non di aggressione e invita a partecipare “per la vittoria del Profeta”. Un altro comunicato avverte quanti scherniscono l’Islam e sottolinea come l’aggressione non sia che la dimostrazione della debolezza del nemico. Piuttosto la fede nei cuori dei fedeli è quanto assicura il trionfo sul “tiranno di questa epoca” (gli Stati Uniti). Si legge ancora che “il popolo ha appreso come gli Stati Uniti e l’occidente non gli permetteranno di proteggere la propria religione”.

È curioso che di “effetto domino” si è parlato a lungo nel corso degli ultimi due anni per dare spiegazione della spirale di proteste che ha attraversato il mondo islamico, permettendo prima facie il rovesciamento di dittatori di vecchia data. Il contagio sembra piuttosto quello creato dal fronte islamico, più o meno moderato, che è andato al potere in molti dei paesi chiave del mondo arabo. E di spill over è lecito parlare anche in occasione di questo diffuso sentimento anti-americano che non è certo una novità ma che per la prima volta dalla “Primavera araba” sta manifestandosi in forme violente. Lo scenario appare quindi il seguente: da un late le nuove élite islamiche, come il tunisino al-Nahda o il Partito di Libertà e Giustizia egiziano, che attestate su posizioni moderate dialogano con l’”occidente” e dall’altro la nebulosa salafi che impiega la retorica religiosa per veicolare un messaggio anti imperialista. Certo, la Tunisia si è appena liberata dal giogo di un dittatore che era uno dei pilastri della strategia americana (ed europea) nel nord-africa. Ben ‘Ali, come Hosni Mubarak, ha goduto lungamente dei prestiti delle agenzie internazionali o di quelle americane. Ciò che i salafi contestano e rimproverano alla controparte moderata è proprio il dialogo con quanti, ieri, foraggiavano i “faraoni”. I vertici di al-Nahda non hanno ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito a questi eventi: in precedenza la strategia perseguita è stata quella della lenta persuasione finalizzata ad attrarre a sé gli irriducibili e della condanna degli atti di violenza gratuita. Con buona probabilità ciò avverrà anche in questo caso dato che tutto sommato, a confronto con gli eventi libici, si è trattato di “molto rumore per nulla”. La giusta domanda è allora: hatta mata? Fino a quando (ciò potrà reggere)?

 

Alessandra Cimarosti

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