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Di ‘Antara bin Shaddad, degli Hakawati e delle soap opera del Ramadan

'antara

Mi è sempre piaciuta l’epica. Mi emozionavo di fronte alle imprese di Achille e alle arguzie di Odisseo e più tardi mi commuovevo di fronte alla pazzia di Orlando. La mia passione però, spesso, si fermava tra i banchi di scuola, tra le pagine delle antologie di italiano su cui studiavo. Finora è stato così anche per la produzione epica araba. Ebbene sì, anche gli arabi hanno scritto epica, specialmente nell’epoca chiamata la Jahilyya, e cioè l’epoca pre-islamica, che letteralmente significa “ignoranza”.

Qualche settimana fa, però, ho avuto l’onore di conoscere un hakawati, quello che noi chiameremmo un cantastorie, una professione, che seppur sia sempre più rara anche nel mondo arabo, non è del tutto scomparsa. Vi dirò di più, Brahim è anche giovane e sta proprio studiando per diventare hakawati di professione. È di Fez e lavora qualche sera a settimana al Café Clock, dove intrattiene gli avventori raccontando le imprese degli antichi, ma anche le difficoltà quotidiane della vita moderna.

Lui mi ha fatto capire, per la prima volta, che questo bellissimo genere letterario, può staccarsi dalle aule e dai libri scolastici, e diventare spettacolo. Ho avuto l’onore di vederlo raccontare un episodio della “Al-‘Antaria” o “Sirat ‘Antar”, l’epopea basata sulla vita leggendaria di ‘Antara bin Shaddad, il poeta-guerriero vissuto a cavallo tra il VI e il VII secolo.

Vi ho già parlato della figura mitica di Imru’ al-Qays e delle mu’allaqat, le poesie pre-islamiche che si pensa venissero affisse alla Ka’ba. Anche ‘Antara fa parte di quel gruppo di poeti-guerrieri che hanno avuto questo onore, ma la sua storia è unica e diversa da quelle di tutti i sui colleghi.

‘Antara, infatti, era figlio di Shaddad al-‘Absi, un grande guerriero della tribù dei Banu Abs e di Zabuba, una principessa etiope, resa schiava. ‘Antara, perciò, nasce schiavo, e nero. Viene affrancato dal padre solo in un momento di estrema necessità: la tribù, infatti, era stata attaccata da altri beduini e il padre invita ‘Antara a combattere. Questi però gli risponde che gli schiavi non combattono, ma servono solo i padroni. Shaddad al-‘Absi si trova quindi costretto ad rendere il figlio un uomo libero, assicurandosi così la vittoria sui nemici, sbaragliati dalla forza e dalle capacità di ‘Antara

L’altro grande tema di questa famosissima epopea è l’amore. Il nostro eroe, infatti, era perdutamente innamorato della cugina ‘Abla. Il padre di lei, però non dà l’approvazione a questa unione e costringe ‘Antara a superare numerose prove, una più difficile dell’altra, per avere la sua mano.

Mi ha sorpreso come questa storia sia tutt’ora molto diffusa, non solo grazie agli hakawati, ma anche e soprattutto attraverso le soap opera che vengono trasmesse durante il mese sacro di Ramadan. Queste storie mitiche entrano nella vita quotidiana delle persone che di solito, durante questo mese di digiuno, trascorrono più ore a casa e si distraggono guardando proprio questo tipo di trasmissioni. Vengono trasmessi, così, gli ideali dell’epica: l’onore, personale e della tribù, l’amore cavalleresco, le imprese eroiche compiute spesso in nome dell’amata. La storia di ‘Antara, in particolare, ha ideali ancora più nobili di tante altre, perché rompe tabù razziali, permettendo a uno schiavo di colore di salire la scala sociale e di poter lottare per sposare la donna amata.

La “Sirat ‘Antara”, negli ultimi anni, sta attirando nuovi studi e traduzioni aggiornate, specialmente in inglese, dimostrando così quanto quest’opera sia tutt’ora attuale e ancora presente nell’immaginario comune.

Buona Lettura!

Claudia Negrini

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