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Ambasciata americana a Gerusalemme: quella di Trump non è solo una minaccia

La promessa di Trump non va presa sotto gamba: potrebbe significare la fine del processo di pace e della soluzione a due Stati

Di Hani al-Masri. Middle East Eye (04/01/2017). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo.

Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha spesso ripetuto di voler spostare l’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme. Dal 1967, diversi presidente hanno promesso una simile mossa in campagna elettorale senza mai però concretizzarla, quindi la questione è vedere se Trump lo farà davvero.

Lo scorso martedì, c’è stato uno sviluppo concreto quando tre senatori repubblicani hanno presentato una proposta di legge che riconosce Gerusalemme come capitale di Israele e che autorizzerebbe lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv. Nel 1995 si era verificata la stessa cosa, ma la decisione di spostare effettivamente la sede diplomatica è stata poi rimandata per mesi. Tuttavia, stavolta la minaccia di Trump va presa sul serio dato il suo estremo sostegno a Israele: ne è assolutamente innamorato, soprattutto del primo ministro Netanyahu. E a rendere il tutto molto pericoloso, è il fatto che al momento le divisioni all’interno della Palestina non fanno che aumentare, indebolendo la leadership palestinese.

Detto ciò, non sarà facile spostare l’ambasciata a Gerusalemme: oltre ad andare contro il diritto internazionale e lo status legale della città, la mossa sarebbe in contrasto anche con la politica americana degli ultimi anni. Da parte loro, i funzionari arabi e palestinesi non hanno fatto molto per rendere le cose più difficili: le loro reazioni sono state miti e inappropriate, nonostante la gravità della questione. Non è stata organizzata nessuna campagna – politica, mediatica, diplomatica – che potesse spiegare le conseguenze per le comunità palestinesi, arabe, islamiche e internazionale che una decisione simile potrebbe scatenare.

All’inizio, Saeb Erekat, a capo dei negoziati palestinesi, ha ignorato la questione. Poi, ha escluso la possibilità che Trump possa effettivamente mettere in atto la sua promessa, quasi dimenticando l’ostilità del nuovo presidente e del suo staff nei confronti di arabi, palestinesi, e anche musulmani. Alla fine, Erekat ha dichiarato che i palestinesi prendono sul serio la minaccia e che nell’eventualità di un vero spostamento risponderanno in maniera adeguata.

Ad ogni modo, anche quanti hanno accolto con favore la promessa di Trump, nessuno si aspetta che sposti veramente l’ambasciata, poiché il Dipartimento di Stato e diversi esperti legali lo metterebbero in guardia dalle ripercussioni di una tale mossa. Per questo, alcuni hanno invece chiesto che Israele sposti tutti i suoi organi di governo a Gerusalemme, in modo che sia Trump che il mondo intero si adattino.

Viviamo in un mondo che non conosce altra lingua che quella degli interessi e del potere. Se palestinesi, arabi e tutti i popoli liberi del mondo vogliono impedire a Trump di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, allora devono agire in fretta prima che sia troppo tardi e spiegare la gravità delle possibili ripercussioni nella regione. Potrebbe scoppiare un’altra intifada, molto più importante delle precedenti, tanto da poter mettere fine al processo di pace iniziato ad Oslo.

Nonostante le enormi conseguenze, non sarà impossibile per Trump, una volta in carica, spostare veramente l’ambasciata, soprattutto ora che Israele è guidata dal peggiore e più estremo governo nella sua storia. La promessa di Trump non va presa sotto gamba: potrebbe essere l’ultimo chiodo della bara della soluzione a due Stati.

Hani al-Masri è un giornalista palestinese e direttore del Masarat, il Centro Palestinese per la Ricerca Politica e gli Studi Strategici.

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