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Alla ricerca di un Libano che non c’è

Libano

Di Nasri Sayegh. As-Safir (27/06/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio.

Il Libano chiede di esistere. Nonostante i suoi confini geografici e la sua costituzione siano noti a livello internazionale, il Paese sembra essere scomparso. Infatti, non riusciamo più a vederlo. È noto che il riconoscimento di uno Stato in quanto tale avviene mediante le istituzioni e i cittadini, partecipi del processo identitario e di sviluppo. Eppure, nel caso specifico del Libano, il suo popolo è stato “pignorato”. E questo non è successo all’improvviso.

La vicenda ha avuto un suo corso. Dalla fase di “costituzione dello stato” si è giunti – passando per una fase di disintegrazione – alla totale cancellazione della nazione. Il popolo deve allora conoscere il responsabile, che non rimanda ad un solo individuo, bensì a quei leader politici, influenti nel Paese, sostenuti da potenze non libanesi, e che hanno contribuito alla trasformazione del Libano in una “piazza”, “ponte di passaggio” o anche “paradiso fiscale”, o meglio luogo di approdo e smistamento di merci.

Il Libano di oggi è il Libano di queste guide politiche settarie e radicate nel paese, che governano al di fuori del governo stesso. Il governo stesso non ha più una sede e il Libano risiede laddove risiedono questi potenti. I capi al governo, allo stato attuale, non sono dei ministri, ma una sorta di impiegati, che competono tra di loro per assicurarsi il potere. Nella storia libanese si sono succeduti personalità politiche che hanno ricoperto la carica di presidente prima e poi di ministro, da Camille Chaoum a Kamel Assad, Kamel Jumblatt, Saeeb Salam e Raymond Eddé. Questi hanno ottenuto una certa legittimità “reale” tanto da trascinarla anche sul piano costituzionale. Era il cosiddetto periodo d’oro, di “democrazia consensuale”, sotto la protezione dello Stato. Ma oggi lo stato non esiste più. Se prima il consenso aveva la priorità sulla costituzione stessa, oggi tale consenso è alquanto impossibile da raggiungere.

Il paese è fuoriuscito dalle istituzioni e il potere si ritrova tanto a Dahieh quanto a Maarab, ma anche a Clemenceau, in Arabia Saudita o Ayn al-Tinah. L’attuale governatore, Tammam Salam, in realtà non governa il paese, così come i ministri. Questi ultimi agiscono da segreteria funzionale.

Lo stato di sospensione ne rappresenta la regola e nel bel mezzo di crisi regionali, ci si rifugia nelle cosiddette “sedute di dialogo”, assemblee destinate all’emissione di decisioni che non trovano soluzione nella Camera dei Deputati. Il fallimento è assicurato. Infatti, i responsabili chiamati a decidere non sono in grado di adempiere al proprio compito, specie quando si tratta dell’emanazione, ad esempio, di una nuova legge elettorale.

La ricerca del Libano richiede allora di delimitarne il luogo di residenza. Il paese non esiste nelle istituzioni, o nella costituzione o tra le nuove generazioni. In seguito all’Accordo di Taif, si è dato vita alla formazione di diversi Stati, tutti con capi indipendenti, che hanno delimitato nuovi confini, ma non nel senso amministrativo.

In molti luoghi di questo Libano scomparso vi è chi crede e agisce nell’intento di strappare la nazione da questi Stati. La lotta però non è ancora iniziata anche se si preannuncia pericolosa e all’origine di ulteriori perdite. Ne risulta un Libano preda alla disperazione, dove la speranza di cambiamento si accompagna alle guerre e agli interessi regionali. 

Nasri Sayegh è un giornalista e analista politico per il portale online As-Safir.

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