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Sicurezza in Algeria: di piano in piano

El Watan (09/07/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo.

Decine di mozabiti, berberi di rito ibadita che abitano la regione del Mzab con capitale Ghardaia, si sono riuniti ieri mattina davanti la Casa della stampa Tahar Djaout ad Algeri per denunciare l’indifferenza delle autorità riguardo gli scontri tra gruppi arabi e mozabiti, iniziati otto mesi fa e mai cessati del tutto. Il Consiglio dei notabili di Ksar Mlika ha chiesto inoltre l’applicazione immediata del piano del ministero dell’Interno per la sicurezza. Per ora, infatti, le inchieste sui saccheggi e le aggressioni non sono mai state concluse, mentre alcune hanno persino finito per etichettare qualche episodio come accidentale.

Giovedì, ad esempio, un giovane mozabita è morto mentre passava in motocicletta per uno dei quartieri di Ghardaia “vietati” ai berberi: nessun colpevole. È la decima vittima dall’ottobre 2013, la seconda nelle ultime due settimane, a dimostrazione del fallimento dei piani di sicurezza finora elaborati. Il ministro dell’Interno e delle Collettività Locali Tayeb Belaiz ne ha appena annunciato uno nuovo, “basato sulla ragione e la saggezza”. Il precedente, che risale a febbraio, prevedeva la creazione di un Centro Operativo di Sicurezza (COS) co-gestito da polizia e gendarmi. Questi ultimi coinvolti a seguito delle accuse dei notabili mozabiti ai poliziotti di dare man forte agli arabi durante gli scontri e di non punire i saccheggi ai danni di esercizi di proprietà di mozabiti.

Dalla costituzione della Confederazione del Mzab fino alla conquista del territorio da parte della Francia, la comunità mozabita si è costruita una civiltà basata sull’islam ibadita, la tolleranza, il valore sociale del lavoro e la solidarietà. Una cultura che si è progressivamente arricchita attraverso gli scambi e il confronto sia con le altre comunità berbere che con gli arabi. Durante il decennio nero il Mzab è stata tra le regioni più colpite dal terrorismo integralista. Lo scorso anno a provocare malcontento è stata la decisione delle autorità regionali (wilaya) di assegnare le case popolari su base comunitaria, ovvero lo stesso numero di alloggi per ciascuna delle due comunità, senza curarsi delle proporzioni numeriche.

In realtà la questione nel Mzab non è né lo scontro tra ibaditi e malikiti, né tra amazighofoni (chi parla lingue berbere) e arabofoni. Il problema è la strumentalizzazione spudorata e cinica da parte dei clan che dominano la scena politica algerina e che tentano in tutti i modi di istigare disordine per oscurare la peculiarità multidimensionale del Mzab. La vera soluzione non risiede nell’ordine pubblico, ma nel sostituire l’approccio comunitario fin qui seguito con un concetto di cittadinanza che preveda come condizione necessaria la giustizia sociale.

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Carlotta Caldonazzo

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