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Algeria: mi rivolto, dunque siamo

Di Akli Rezouali. El Watan (02/11/2014). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo

All’euforia delle commemorazioni dell’evento che ha fondato l’Algeria si accompagna necessariamente la considerazione critica del presente e delle prospettive future. A sessant’anni di distanza non ci si può accontentare della gloria passata di fronte alla persistenza di meccanismi di potere tipici dell’era coloniale, al fallimento economico, all’ingiustizia sociale.

In un mondo in cui i paesi si battono tra loro a colpi di sofismi finanziari, manovre monetarie e corsa alla competitività sui mercati, l’Algeria non ha altro che le sue riserve di gas e petrolio. L’indipendenza è a tal punto a rischio che la minima scossa sul mercato degli idrocarburi sprofonda il Paese nel timore dell’indebitamento, dei diktat del Fondo Monetario Internazionale e dell’incapacità di soddisfare il fabbisogno nutrizionale della popolazione, a partire da generi come grano e patate.

Dopo un decennio di prezzi del petrolio in rialzo, Algeri si appresta a fare i conti con deficit di bilancio pubblico e difficoltà finanziarie, potendo sperare attualmente solo in un ripristino della calma sui mercati di oro nero e gas. La classe politica al potere, in primis il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln, protagonista dei fasti passati) non ha saputo o voluto creare le premesse necessarie alla crescita, né nella spesa pubblica, né tanto meno nelle privatizzazioni e negli investimenti. Le rendite dell’esportazione di idrocarburi sono finite quasi interamente in progetti pantagruelici di infrastrutture, finiti quasi tutti in scandali di corruzione.

Per ridurre la disoccupazione dilagante e offrire prospettive sociali soprattutto alle giovani generazioni, il governo algerino ha sempre puntato solo sul mercato di gas e petrolio, senza dedicare attenzione a questioni cruciali come la sovranità alimentare, le energie rinnovabili o il tentativo di far valere le proprie istanze di fronte alle potenze mondiali. Basti citare l’eccessiva arrendevolezza di Algeri sullo sfruttamento di idrocarburi non convenzionali e l’assenza di impegno per proteggere la produzione locale (nell’agricoltura come nell’artigianato).

È tempo di cambiare prospettiva dunque. La guerra di liberazione non si combatte più con i fucili in spalla, ma, ad esempio, salvaguardando piccoli contadini e pescatori dall’arroganza del mercato mondiale, lanciando progetti di revisione del sistema produttivo fino al conseguimento dell’autosufficienza alimentare, impedire alle potenze mondiali di sfruttare terreni e sottosuolo impoverendo drammaticamente il paese. In un mondo che punta tutto sulla crescita, magari sarebbe il caso di prendere almeno in considerazione l’economia della decrescita.

Akli Rezouali è un editorialista del quotidiano algerino El Watan.

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Roberta Papaleo

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