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Algeria: donne ribelli

donne algeriaCherifa Sider – Le Matin dz (02/05/2013). Traduzione e sintesi Carlotta Caldonazzo

Donne non si nasce, si diventa, scriveva Simone De Beauvoir, e in Algeria esistono donne ribelli, in rivolta, che hanno contribuito attivamente all’indipendenza e in seguito ai tentativi di arginare le derive autoritarie del nuovo stato. L’illustre esempio di Hassiba Ben Bouali è solo uno degli innumerevoli casi di donne che hanno dedicato la loro vita a una giusta causa. Berbere, arabe, unite in una lotta di liberazione che non era solo mirata a porre fine alle angherie coloniali ma anche alle ingiustizie insite nella mentalità fallocratica e patriarcale.

Frantz Fanon scriveva che per conquistare la società algerina bisognava conquistare le donne. La guerra combattuta sul campo non era sufficiente, la si sarebbe dovuta affiancare a una guerra psicologica. Ma dopo l’indipendenza la questione di genere è tutt’altro che risolta. L’identità della donna è stata sacrificata all’ideologia e all’etica conservatrici, ispirate alla cultura tradizionalista religiosa. Se le violenze subite durante la guerra di liberazione ne hanno fatto la principale vittima del macismo maschile, l’ipocrisia delle nuove gerarchie politiche hanno relegato la donna a condizione di cittadino di serie b. Per non parlare della sua segregazione durante gli anni ’90, epoca d’oro dell’islam politico radicale, quando contro le donne che non rispettavano i dettami della legge islamica si è scatenato l’odio di bande di esaltati in cerca di un modo per sfogare rabbia e frustrazione. Stupri collettivi, sevizie, torture, di cui il caso di Hassi Messaoud del luglio 2001 è solo un macabro esempio. Episodi di fronte ai quali lo stato si è rifugiato in un silenzio colpevole, limitandosi a citare la violenza contro le donne in generale come uno degli argomenti da addurre contro i gruppi islamici radicali. La donna algerina porta dunque in sé le tracce di una guerra senza nome, che ha spostato il conflitto politico tra islam politico e stato su un piano culturale (parità di genere/conservatorismo sociale). Le donne stuprate infatti continuano ad essere considerate motivo di disonore dalle famiglie di origine, senza alcun riguardo per il loro dolore, e la verginità prematrimoniale continua ad essere una condizione necessaria per la maggior parte dei pretendenti. Il velo, scrive Wassyla Tamzali, “non è una protezione dagli istinti sessuali (maschili)…. è lo strumento di un discorso sulla sessualità che costruisce un ordine a cui tutte le donne gradualmente si sottomettono”.

Il processo di virilizzazione che è alla base dell’ideologia patriarcale impedisce all’uomo di prendere coscienza di una parte di sé, di quella parte femminile che Carl Gustav Jung chiamava Anima, immagine innata della donna nella psiche maschile, omologo dell’Animus, immagine innata dell’uomo nella psiche femminile. Sta di fatto che in molte pratiche sociali ed educative valori tradizionalmente considerati femminili come la sensibilità, l’intuizione e la tenerezza vengono percepiti come sintomi di debolezza. La violenza contro le donne altro non è dunque che una delle espressioni della difficoltà dell’uomo di identificare il proprio elemento “femminile” interiore, motore di energia e scintilla di creatività.

Oggi la donna algerina subisce ogni specie di violenza sociale, dalle percosse dei familiari alle molestie sul lavoro. Secondo le stime della gendarmeria nazionale algerina, ogni anno circa 12mila donne denunciano violenze da parte di uomini, sia tra le mura domestiche che nelle strade. Solo lo scorso anno le donne uccise sono state 261. La maggior parte delle violenze tuttavia non viene denunciata, per paura di incorrere nell’atavico pregiudizio secondo il quale la donna è colpevole tanto quanto il suo carnefice, se non più. Una condizione che l’ha indotta a ritirarsi dalla sfera politica e dell’impegno civile e la legge, molto poco severa in questo campo, ne è responsabile. Questo il motivo principale della scarsa diffusione di movimenti femministi in Algeria.

In una società patriarcale come quella algerina la rivendicazione dell’identità femminile si traduce essenzialmente nel rifiuto dei costumi e delle tradizioni. La vita quotidiana delle donne è segnata da continui casi di affermazione della dominazione maschile, tollerati quando non supportati dalle leggi. Cambiare questo stato di cose è possibile solo a prezzo di enormi sacrifici, mirati a scardinare la dittatura misogina vigente. Il cammino verso la parità di genere è irto di spine e per affrontare gli ostacoli che ha di fronte la donna deve fare appello al suo patrimonio di resistenza.

 

Emanuela Barbieri

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