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Algeria: danni dal sottosuolo

Le risorse del sottosuolo, una volta portate a livello terra, sono fonte di degrado politico, corruzione e stagnazione economica.

Le Matin dz, El Watan dz – Sintesi Carlotta Caldonazzo

Come per le monarchie del Golfo, anche per l’Algeria le risorse del sottosuolo, una volta portate a livello terra, sono fonte di degrado politico, corruzione e stagnazione economica. Tra tangenti e contrabbando, invece di sostenere l’economia nazionale la affondano alimentando esclusivamente le tasche dei pescecani del mercato nero.

Se si potesse fare un’istantanea della situazione algerina l’immagine ottenuta sarebbe desolante: relazioni sociali devastate e prive di solidarietà, partiti indifferenti, tra cui si avvicendano ciclicamente vittime e carnefici, avversari solo nella forma ma saldamente alleati per fare da cassa di risonanza (più o meno consapevolmente) alla propaganda di regime, uomini politici sempre a caccia di opportunità di profitto. Lobbies predatrici la cui unica funzione è il continuo mercanteggiamento delle rendite dei prodotti del sottosuolo.

In questo redditizio giro di affari si inscrive il contrabbando di idrocarburi verso paesi limitrofi, che interessa le direttrici meridionale e occidentale e ogni anno costa all’economia algerina circa un miliardo di dollari (quasi il 25% della produzione totale). Un mercato nero che si svolge sotto lo sguardo indifferente delle autorità, che non vanno oltre dichiarazioni di indignazione. Lungi dall’essere semplici individui che arrotondano il bilancio familiare, gli hallaba (contrabbandieri) sono inquadrati in strutture gerarchizzate, organizzate in vere e proprie imprese, dotate di mezzi e dipendenti di vario livello. Un fenomeno in crescita, anche perché si inserisce nella progressiva illegalizzazione delle sfere più alte dell’economia, fatta di corruzione, appropriazione e trasferimento illecito di fondi.

Le strategie politiche dei vari governi ormai mirano non allo sviluppo economico nazionale ma ad alimentare un’economia sotterranea fatta di accaparramento dei centri del commercio, dei contratti con le imprese straniere e dei punti di snodo dei traffici regionali. Traffici che poi cercano di nascondere comprando la complicità della maggior parte possibile dei media, compromettendo la libertà di stampa. Per il resto, reti sociali in primis, dilaga l’indifferenza, salvo rare eccezioni. Nondimeno gli scandali qualche volta vengono a galla, come nel caso dell’ex ministro dell’energia e delle risorse minerarie Chakib Khelil.

Da una decina di anni a contribuire alla degenerazione della classe politica algerina è stata l’adozione del modello di gestione delle petromonarchie del Golfo: accodarsi a una potenza economico-militare, lasciare che le potenze mondiali depredino le risorse del sottosuolo, sfruttare il minimo indispensabile delle rendite per comprare la pace sociale e trasferire il resto in paesi più stabili e preferibilmente con regimi fiscali convenienti. Intanto si sente parlare sporadicamente di fonti di energia alternative. Quelle rinnovabili, malgrado le notevoli potenzialità dell’Algeria, vengono marginalizzate, mentre si passa sotto silenzio l’intenzione di sviluppare l’estrazione degli idrocarburi non convenzionali, a costo di distruggere l’ecosistema e i suoi malcapitati abitanti.

Il problema è che la quasi totalità di petrolio e gas servono ad Algeri per bilanciare l’importazione di generi alimentari necessari al fabbisogno della popolazione. La sopravvivenza dei cittadini algerini dipende quindi da risorse destinate a esaurirsi.

L’unica soluzione sarebbe favorire lo sviluppo di un’economia basata sempre più sull’industria e sui servizi, ma per far ciò serve una classe politica lungimirante, non affaristi che si preoccupano di trasferire i loro fondi all’estero per garantire il benessere solo ai propri discendenti. Quanto al settore energetico, Algeri dovrebbe imboccare la via della cosiddetta energia ibrida, fornita in larga parte da risorse rinnovabili (sole, vento) e secondariamente, per il minimo indispensabile, da gas e petrolio. Una scelta che permetterebbe contemporaneamente di conquistare l’autosufficienza energetica (quasi) perenne e di salvare il salvabile dell’ambiente.

Carlotta Caldonazzo

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