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Algeria: colosso dai piedi di scisto

petrolio

di Abderrahmane Mebtoul. Le Matin dz (04/04/2013). Sintesi di Carlotta Caldonazzo.

L’andamento dei prezzi di petrolio e gas dipende dalla crescita o decrescita del sistema economico mondiale, che determina l’evoluzione della domanda sui mercati internazionali. Secondo l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (Opep) nel 2016 quest’ultima ammonterà a 92,9 milioni di barili al giorno, circa un milione di meno rispetto alle previsioni originarie, mentre a determinare il prezzo saranno i modelli di consumo energetico prevalenti, il costo del trasporto e della commercializzazione, le fluttuazioni delle valute chiave (euro e dollaro) e la concorrenza delle energie rinnovabili. Non è da escludere quindi che un paese scopra di avere numerosi giacimenti petroliferi dalla modesta rendita finanziaria e il discorso vale naturalmente anche per l’annosa questione degli idrocarburi non convenzionali come i gas da scisti argillosi. Un settore che comporta enormi investimenti per estrazione e canalizzazione, un impatto ambientale disastroso e il depapueramento delle risorse idriche (un miliardo di metri cubi di gas a fronte di un milione di metri cubi di acqua dolce), il che per un paese semiarido come l’Algeria rappresenta un rischio notevole. Ma il gioco vale la candela: riuscire a stabilizzare il prezzo di un barile di oro nero a 150 dollari nella situazione attuale è più un’utopia che un’aspirazione.

petrolio

La concorrenza di altri paesi infatti mette a rischio il volume di esportazioni dell’Algeria. Tra i paesi più aggressivi troviamo la Russia (con il 30% delle riserve mondiali di gas), l’Egitto e soprattutto il Qatar, che malgrado le dimensioni ridotte ha più del 15% delle riserve mondiali di petrolio. La geopolitica energetica inoltre è minacciata dalla “rivoluzione” degli idrocarburi non convenzionali, come petrolio e gas da scisti, estratti principalmente mediante fratturazione idraulica. Gli Usa ad esempio hanno aumentato così la loro produzione di petrolio a 800mila barili al giorno solo nel 2012 e per l’anno in corso si prevede un ulteriore aumento di 700mila di barili al giorno, che porterebbero la produzione a 7,1 milioni di barili al giorno. In tal modo gli Usa nel 2017 potrebbero superare persino l’Arabia Saudita, attualmente primo produttore mondiale di petrolio, e la Russia, primo produttore mondiale di gas. Un tale sconvolgimento pone un problema urgente all’Opep, che copre solo il 30% della domanda mondiale, e ancor più a paesi come l’Algeria, che importano più del 70% dei generi alimentari di prima necessità.

Il 24 febbraio di quest’anno i dirigenti della compagnia nazionale algerina per la produzione e la commercializzazione degli idrocarburi Sonatrach hanno dichiarato che il paese ha solo 2mila miliardi di metri cubi di gas tradizionale (escludendo quindi dal computo quello estratto dagli scisti argillosi) e meno dell’1% delle riserve mondiali di petrolio. Algeri potrebbe dunque essere costretta a importare oro nero già dal 2020, con conseguenze catastrofiche sull’intera economia. Una situazione da cui si può uscire solo diversificando la produzione e sviluppando altri settori (in particolare industria e turismo). Certamente non devastando l’ambiente pur di estrarre gas e petrolio.

 

Emanuela Barbieri

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