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Alaa Abdel Fattah e l’Egitto: la giustizia è più furba

Di H. A. Hellyer. Al-Arabiya (24/02/2015). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo.

Alaa Abdel FattahLunedì scorso, una corte egiziana ha condannato Alaa Abdel Fattah e un’altra dozzina di attivisti a cinque anni di prigione con l’accusa di aver partecipato a una “protesta illegale”. Se suona familiare è perché lo è. È familiare perché attivisti pro-rivoluzionari hanno affrontato condanne di questo tipo per diversi anni. Una vendetta è in corso, ma non è nulla di nuovo.

È ironico. Un’analisi approfondita dell’attuale ambiente politico egiziano mostra che non sono singoli casi che tipificano il trattamento ricevuto dagli attivisti rivoluzionari. Al contrario, ci sono prove diffuse che riguardano il modo in cui sono stati trattati – in termini di casi giudiziari portati contro di loro, di condanne ricevute e della narrativa generale dei media sugli attivisti rivoluzionari. Poche voci nei media hanno resistito alla pressione di castigare, insultare e diffamare gli attivisti che erano alla base della rivoluzione del 25 gennaio del 2011.

Il trattamento giudiziario di questi attivisti deve essere visto alla luce di un paradigma più ampio. Continuando a credere che il cambiamento fosse necessario dopo che Mubarak era stato forzato a lasciare il potere, gli attivisti sono diventati un problema. Per alcuni all’interno del sistema, inoltre, non sono solo un problema, ma una minaccia.

Sicuramente, sono in molti ad essere considerati una minaccia dalle autorità. Prima di tutto ci sono diversi tipi di islamisti – il gruppo conosciuto come Ansar Bait al-Maqdis, ora affiliato a Daesh (ISIS), per esempio. Poi ci sono altri gruppi militanti, come Ajnad Masr e, senza dubbio, i Fratelli Musulmani e i loro sostenitori. Tutti questi avversari hanno i loro propri obiettivi e le loro ragioni (che sono spesso in conflitto), ma sono diventati delle minacce dopo aver governato l’Egitto o aver utilizzato la violenza, o entrambi.

L’ironia degli attivisti pro-rivoluzionari è che non sono colpevoli di nulla. Non sono un gruppo militante né cercano di governare il Paese. In realtà, sono stati criticati in alcuni ambienti proprio per questo, per essere dei semplici agitatori, invece di costituire un gruppo politico con un piano realistico. Questi attivisti sono stati puntati perché sfidano, attraverso i loro discorsi e le loro posizioni politiche, la vera natura dell’establishment egiziano. Vogliono completamente riformarlo e ristrutturarlo. Ovviamente, le autorità sono ben consce di ciò e anche se riformarsi sarebbe nell’interesse dello Stato, quest’ultimo ha scelto una strada diversa.

Alaa e la sua generazione hanno pagato un prezzo alto per il loro desiderio di dare agli egiziani un futuro migliore. Ma hanno già un’eredità ed è un’eredità che continua a ispirare giovani egiziani. La presidenza egiziana, pochi giorni prima dell’emissione del verdetto di questo processo, ha dichiarato che “alcuni giovani innocenti potrebbero essere stati erroneamente imprigionati nel mezzo degli eventi che hanno scosso l’Egitto”, e che “un primo gruppo di questi giovani” sarà presto liberato.

Sarebbe molto saggio includere anche gli attivisti. Sarebbe giusto. Purtroppo, come gli egiziani hanno dolorosamente appreso, la giustizia non sempre è presente. Però, è molto più scaltra.

H. A. Hellyer è un socio non residente della Brookings Institution, dell’istituto della Royal United Services e della Harvard University Kennedy School.

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