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Afghanistan, la guerra infinita. Intervista a Emanuele Giordana

Intervista di Katia Cerratti

La lunga scia di sangue che ha colpito l’Afghanistan nei giorni scorsi, ha mostrato chiaramente quanto la guerra, in questa terra martoriata, sia ancora molto lontana dalla parola fine.  Quattro attentati sanguinari nel giro di pochi giorni con un bilancio di 163 morti e oltre 300 feriti. Il primo attacco, rivendicato dai talebani, il 20 gennaio scorso all’hotel Intercontinental di Kabul. Il secondo, per mano Isis, solo quattro giorni dopo, contro la sede di Save the Children, a Jalalabad City. Tre giorni dopo, i talebani hanno colpito ancora nel centro di Kabul, facendo saltare in aria un’ambulanza piena di esplosivo, causando la morte di 103 persone e ferendone 235. E poi ancora l’Isis che il 29 gennaio ha rivendicato l’attacco all’Accademia militare di Kabul. Talebani e Isis, dunque, palesemente in lotta tra loro per il controllo del territorio ma entrambi costretti a fare i conti con il terzo attore di questo scenario, gli Stati Uniti,  che hanno rafforzato la presenza militare nel Paese e triplicato i raid aerei. In un contesto del genere, la strada verso la pacificazione tra le parti in gioco, risulta pressoché impraticabile. In questa nostra intervista Emanuele Giordana, giornalista esperto di Afghanistan, ci spiega cosa sta accadendo.

I recenti attentati hanno di nuovo puntato i riflettori della comunità internazionale sull’Afghanistan. Cosa sta succedendo e a che punto è la guerra?  

L’escalation dei giorni scorsi dimostra chiaramente quanto la guerra afgana sia tutt’altro che archiviabile, non solo per i talebani che hanno rivendicato l’attacco all’hotel e per le forze governativo-americane che hanno triplicato i raid aerei, ma anche per un nuovo attore stragista spuntato sulla scena afgana, lo Stato islamico. Questa impennata di violenza può essere spiegata considerando due aspetti fondamentali, il ruolo del Pakistan e la politica americana nello scenario afgano. Da un lato infatti, secondo diversi analisti, il Pakistan potrebbe non aver gradito il taglio dei fondi militari messo in atto da Trump, circa 1,3 miliardi di dollari per l’anno in corso, per dare una lezione ai pachistani considerati dal presidente bugiardi e conniventi con il terrorismo. Islamabad potrebbe aver reagito spingendo i talebani ad inasprire lo scontro. Dall’altro, analisi più credibile, i talebani starebbero semplicemente reagendo all’inasprimento delle misure prese da Trump che dal 2017 ha quasi raddoppiato il numero delle truppe nel Paese e ha triplicato i raid aerei.  Un modo, forse, anche per ribadire che non si tratta fino a quando resterà una presenza di occupazione straniera nel Paese.

Anche l’Isis dunque, è entrato in scena nel paese dei mujahedin. Cosa vuole dimostrare il califfato in terra afgana?

Rivendicando l’attacco alla sede di Save the Children, gli affiliati dello Stato islamico hanno voluto mostrare al mondo che la sconfitta di Raqqa non li ha affatto neutralizzati e che sono pronti a realizzare l’agognato progetto che si chiama “Grande Khorasan”, ovvero quel territorio ideale del disegno califfale che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan.

Possiamo parlare di competizione tra talebani e califfato?

 Si, tra i due gruppi è ormai in atto una sorta di gara per affermarsi come gli unici, veri mujahedin. Non avendo molti combattenti in territorio afgano, lo Stato islamico può esprimersi solo attraverso gli attentati. Allo stesso modo, i sanguinosi attentati dei talebani, possono essere letti anche come una risposta al califfato, una sorta di rivendicazione della supremazia strategico militare nella guerra in nome di Allah.

Cosa sperava di ottenere Trump inasprendo le misure nei confronti di Pakistan e Afghanistan?

La strategia adottata da Trump, ha tentato di mettere alle strette i talebani afgani con le bombe e i leader pachistani con il taglio dei fondi, per costringerli a negoziare con il governo di Kabul. Ma gli effetti prodotti non sono stati quelli sperati e lo stesso Trump ha ormai escluso la strada del negoziato.

 Qual è l’attuale ruolo del Pakistan nel caos afgano?

Il Pakistan ha senza dubbio un ruolo chiave nella crisi afgana, senza il suo aiuto la pace in Afghanistan sembra impossibile da raggiungere,  ma non può controllare e dirigere il movimento talebano in modo incondizionato. Islamabad deve infatti fare i conti con l’annoso problema del terrorismo interno rappresentato dai talebani pachistani, movimento vicino ai talebani afgani ma con una propria autonomia nelle aeree tribali del Paese. Un problema che il governo è incapace di risolvere e che evidenzia quanto siano difficili i rapporti con le guerriglie. A questo si aggiunge l’ambiguo ruolo giocato dai servizi segreti pachistani nella lotta al terrorismo e nella guerra ormai infinita in Afghanistan.  Una eventuale stabilizzazione dell’Afghanistan potrebbe senz’altro far comodo al Pakistan dal momento che Kabul non protesta quando i talebani pachistani vi cercano rifugio.

Dietro gli attentati dei talebani c’è anche un messaggio per il governo afgano?

 Il governo di Ashraf  Ghani ha appoggiato le drastiche misure prese da Trump e se i  talebani hanno alzato il tiro, non è solo per reagire alla strategia americana ma anche per affossare ancora di più il consenso nei confronti di un governo fatto di equilibri fragili e che gli afgani percepiscono come incapace di garantire la loro sicurezza. Un modo per dimostrare quanto siano ancora forti malgrado la disomogeneità settaria e strategica che li caratterizza, riuscendo a dare comunque un’idea di unità sia che si parli del teologo del movimento Akhundzada, sia che si parli di Sirajuddin Haqqani, capo della fazione più stragista.

I talebani sembrano aver cambiato veste e adottato nuove strategie. Chi sono, dunque,  i “nuovi” talebani?

La strategia è sicuramente cambiata. In passato colpivano prevalentemente obiettivi militari e le vittime civili erano soltanto incidenti di percorso e quasi mai un obiettivo diretto, ora hanno dovuto alzare il livello, come dicevamo, per dimostrare a Trump, al governo afgano e, non da ultimo, al nuovo attore in campo, ovvero l’Isis, quanto siano forti.

Nato a Milano nel 1953, Emanuele Giordana è uno dei maggiori esperti di Afghanistan e Asia. Giornalista e saggista, insegna tecnica di scrittura e relazione tra media ed emergenze alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma, e all’Ispi di Milano. E’ stato docente di cultura indonesiana all’Ismeo, direttore della rivista Quaderni Asiatici, cofondatore e direttore di Lettera22 fino al 2011, direttore responsabile fino al 2016 dell’Agenzia multimediale Amisnet  di Roma e uno dei conduttori della trasmissione Radiotre Mondo e Rai Radio 3. Ha fondato l’Osservatorio italiano sull’Asia Asia Maior ed è responsabile della sezione Dossier Afghanistan. Nel 2009 ha ricevuto il Premio Anton Russo per i suoi reportage radiofonici dall’Afghanistan. Nel 2010 è stato direttore dell’agenzia quotidiana Ntnn (Not in The News Net) e nel 2011 dell’emittente ambientalista Ecoradio. Collaboratore di Rainews24, ha scritto principalmente per Il Manifesto, Il Riformista, Il Secolo XIX, Il Mattino, La Nuova Sardegna, L’Espresso. Dal 2016 è presidente di Afgana, un’associazione per la ricerca e il sostegno alla società civile afgana registrata a Trento. Nel dicembre 2011 ha ricevuto con Lisa Clark, a nome di Afgana, il Premio per la Pace Tiziano Terzani. È stato direttore del mensile ambientalista Terra.  Dal 2012, insieme a Soraya Malek, è responsabile della sezione speciale dedicata all’Afghanistan del Festival dell’isola d’Elba Universocorto.  Il suo blog, Great Game, analizza temi geopolitici su Afghanistan e a livello internazionale.  Collabora con Il Manifesto, Aspenia, Internazionale, Radio3, Radio Svizzera, Radio Popolare.
I suoi libri: A Oriente del califfo, a est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi (2017); Viaggio all’Eden, da Milano a Kathmandu (2017); Lo scatto umano (2014); Due pacifisti e un generale (2010); Tibet, lotta e compassione sul Tetto del mondo (2008); Afghanistan, il crocevia della guerra alle porte dell’Asia (2007); A Oriente del Profeta (2005); Il Diario da Kabul, appunti da una città sulla linea del fronte; Geopolitica dello tsunami (2005); La scommessa indonesiana (2003); Il Dio della guerra (2002).

Katia Cerratti

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