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Affinché il dialogo tra Islam e Cristianesimo sia fruttuoso

In un precedente articolo, apparso la scorsa settimana sulla rivista "As-Safir", dal titolo "Una rivoluzione religiosa per salvare l'umanità dal paganesimo", il giornalista Sarkis Abu Zeid mostra come il dialogo tra Islam e Cristianesimo sopravviva a stento

Di Viktor Sahhab. As-Safir (29/09/2016). Traduzione e sintesi a cura di Raffaele Massara.

Non c’è bisogno di essere profondi conoscitori del Comitato Nazionale per il dialogo tra Islam e Cristianesimo per riconoscere come Muhammad Sammak [segretario generale del Comitatio, ndr] e altre sfere del comitato stesso, non abbiano ancora trovato una soluzione concreta alle incomprensioni tra le due religioni semitiche, in particolar modo in Libano, malgrado il bel motto “Fratellanza e Rispetto verso l’Altro”. La mancanza di risultati va vista forse nel fatto che il processo dialettico aggira spesso il nocciolo della questione e ognuna delle due confessioni ha le sue responsabilità.                                                              

I cristiani, sin dai tempi dell’Impero Bizantino, passando per le Crociate, non hanno mai saputo conciliare le differenze dottrinali ed etniche in seno alla propria religione nel Levante, differenze che spesso sfociarono in massacri ai danni di minoranze, come nel caso di armeni, siriaci, copti.

Durante le Crociate, poi, la popolazione cristiana di quell’area si schierò contro gli eserciti occidentali: all’epoca, secondo lo storico Ibn Asakir, costituivano l’80%. Se da maggioranza sono passati a minoranza, il motivo è senz’altro la sfiducia verso un credo comune a quello dell’invasore.

Più recentemente, il governo francese, durante il diciannovesimo secolo, incoraggiava e finanziava commercianti ed imprese cristiano-maronite in Libano, allo scopo di sostituirsi al decadente governo ottomano. Un fattore, questo, che creò sfiducia da e verso la popolazione musulmana.

Un dialogo interconfessionale non può quindi prescindere dal discutere su questo “continuo inganno”.

Passando ai musulmani, c’è da dire che dovrebbero meglio conoscere ciò che recita il Corano: non si parla affatto di un rapporto riluttante tra “fedeli ed infedeli”. Se analizziamo centinaia di discorsi pubblici sulla “Fratellanza Islamico-Cristiana”, tutte le belle parole dette in pubblico, difficilmente la stessa persona (e succede anche tra cristiani) le dirà in privato. Discorsi del genere non devono mai possedere la parola “ma”.

E non si possono certo ignorare i migliaia di cristiani morti per difendere il Libano dagli occupanti occidentali e cristiani. Bisognerebbe insegnare questa parte della storia ai musulmani sin da piccoli, per stabilire finalmente un una sincera fratellanza tra connazionali, un legame tra storia, terra ed economia, fino a quando arriverà il giorno in cui questo legame sarà onesto e non fatto di ruffianerie.

Solo quando musulmani e cristiani si riuniranno ed affronteranno queste questioni, nonché le loro responsabilità, allora sì che il dialogo tra di essi sarà fruttuoso.

Viktor Sahhab è uno scrittore e storico libanese.

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