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Egitto: “Cinque anni dopo, non ho più parole”

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Alaa abd el fattah egitto
Alaa Adb El Fattah

“Potrebbe essere stato ingenuo credere che il nostro sogno poteva diventare realtà, ma non era sciocco credere che un altro mondo fosse possibile. Lo era davvero. O almeno è così che me lo ricordo”.

Di Alaa Abd El Fattah. Mada Masr (24/01/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello.

Cinque anni fa, in quello che sarebbe stato l’ultimo giorno normale della mia vita, ero seduto alla mia scrivania da informatico a Pretoria e stavo scrivendo un breve articolo per The Guardian sulla rivoluzione egiziana. Non posso rileggere quell’articolo ora, è da oltre un anno che non ho accesso a Internet. In Egitto, i detenuti non hanno nemmeno il permesso di una telefonata. Ma non dovrei lamentarmi: almeno riesco a vedere la mia famiglia due o tre volte al mese. Agli altri prigionieri politici (per lo più islamisti) non sono concesse neppure le visite.

Dopo la caduta di Mubarak, la battaglia sulla narrativa è diventata sempre più importante. Lo Stato fu costretto al compromesso con la rivoluzione, così nel tentativo di contenerla si appropriò della sua storia. Noi spiegammo perché continuavamo a protestare e perché non lo avevamo mai fatto. Scrissi, scrissi e scrissi, per lo più in arabo, soprattutto sui social media. La mia voce diventò sempre più cauta: quanto era fragile il momento rivoluzionario e com’era precaria la nostra situazione erano i miei temi principali. Eppure non riuscii a scrollarmi di dosso il senso puro di speranza e possibilità – nonostante le battute d’arresto, i nostri sogni continuarono a volare alti.

Nel 2013, si affermò però la polarizzazione tra uno statalismo militarizzato e pseudo-secolare e una forma settario-paranoica di islamismo. Le mie parole persero qualsiasi potere, eppure continuarono a scorrere. Avevo ancora una voce, anche se solo una manciata di persone l’avrebbe ascoltata. Ma poi lo Stato decise di porre fine al conflitto commettendo il primo crimine contro l’umanità nella storia della repubblica. Le barriere della paura e della disperazione sarebbero tornate dopo il massacro di Rabaa al-Adawiya. Sarebbe iniziata un’altra battaglia narrativa: portare i non-islamisti ad accettare che non c’era stato un massacro. Tre mesi dopo il massacro ero di nuovo in carcere, e la mia prosa assunse un nuovo ruolo: invitare i rivoluzionari ad ammettere la sconfitta. Quello che ci serviva era tutta la forza che potevamo chiamare a raccolta per continuare a difendere i diritti umani.

Oggi sembra che abbiamo vinto l’ultima battaglia per la narrativa. Lo Stato ha ancora i suoi sostenitori, ma il loro numero sta calando, soprattutto tra i giovani. È più difficile misurare il sentimento tra i sostenitori degli islamisti: la simpatia per la loro situazione è in aumento, ma la fiducia nella loro capacità di organizzare un fronte unito è scarsa.

Ho trascorso la maggior parte del 2014, in prigione ma avevo ancora un sacco di parole. Il mio messaggio non era di speranza, eppure era importante ricordare che, anche dopo aver ammesso la sconfitta, potevamo ancora resistere. Ma all’inizio del 2015, quando è stata pronunciata la mia condanna, non avevo più nulla da dire. Non ho nulla da dire: speranze, sogni, timori, nessun avviso, nessuna intuizione, nulla, assolutamente nulla. Come un bambino che mostra segni di autismo, sto regredendo e perdendo le mie parole, la mia capacità di immaginare un pubblico e modellare mentalmente l’impatto delle mie parole su di esso.

Cerco di ricordare ciò che ho scritto per The Guardian cinque anni, fa l’ultimo giorno della mia vita normale, e l’impatto che ha avuto. Non ci riesco. Ma una cosa mi ricordo, una cosa che so è che il senso della possibilità era reale. Potrebbe essere stato ingenuo credere che il nostro sogno poteva diventare realtà, ma non era sciocco credere che un altro mondo fosse possibile. Lo era davvero. O almeno è così che me lo ricordo.

Alaa Abdel Fattah è un programmatore informatico e un attivista. È stato condannato a 15 anni di carcere in Egitto per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata. 

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Ilaria Antoniello

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