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La Guerra Fredda in Medio Oriente si riscalda

Di Bernard Haykel. L’Orient Le Jour (12/01/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia.

La rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Iran e l’Arabia Saudita sono pericolose in una regione che è già instabile e in preda alla guerra. L’elemento che ha fatto scattare la tensione è stata l’esecuzione dello sceicco Nimr al-Nimr, ma la discordia ha come origine una rivalità strategica che si estende in tutto il Medio Oriente.

Le tensioni tra i due paesi si sono ravvivate dopo la rivoluzione islamica iraniana, nel 1979. l’Iran si è presto proclamato un “oppresso” contro le “forze dell’arroganza”: gli Stati Uniti e i loro alleati, Arabia Saudita e Israele.

Questa rivalità ha componenti ideologiche e settarie, ma traduce innanzitutto l’opposizione pragmatica di interessi regionali. L’Iran considera che l’ordine politico del mondo arabo serva gli interessi dei suoi nemici e cerca dunque continuamente di rovesciarlo, sostenendo gruppi terroristici e dispiegando forze per procura per assicurarsi di avere influenza nella regione. Tra gli attori non statali sostenuti dall’Iran, si contano i pellegrini insorti della Mecca, gli autori degli attentati suicidi in Libano, i militanti dell’Hezbollah che hanno lanciato degli attacchi contro Israele, e più recentemente, combattuto in Siria i gruppi ribelli appoggiati dall’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita pensa invece di legittimarsi con la rigida applicazione, al suo interno, dei precetti religiosi e appoggiando, al suo esterno, la causa della liberazione dei musulmani, come in Afghanistan e in Bosnia. Ma la guerra fredda tra le due potenze si è riscaldata negli ultimi decenni.

Dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, a Baghdad si è formato un governo a maggioranza sciita e i dirigenti sauditi si sono allarmati nel vedere l’influenza iraniana estendersi in Medio Oriente.

Nel 2006 in Libano l’Hezbollah ha tenuto sotto scacco Israele. Poi, nel 2014, i ribelli sciiti Houthi, altro gruppo che agisce per conto dell’Iran, hanno preso la capitale dello Yemen. Nei palazzi reali di Riyad, la prospettiva di sollevamenti sostenuti dall’Iran in Bahrein o addirittura nel territorio saudita, era fonte di preoccupazione crescente.

Le cose sono precipitate nel 2015, quando gli Stati Uniti e gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania sono arrivati a un accordo sul nucleare con l’Iran, accettando la sospensione delle sanzioni economiche e permettendo così al paese di preservare la sua influenza regionale. Mentre gli alleati dell’Iran o le sue forze per procura intervenivano in Siria, Iraq, Libano e Yemen, i dirigenti sauditi si sono sentiti sempre più accerchiati. Dall’ascesa al trono di Salman bin Abdulaziz, nel gennaio del 2015, il principale obiettivo strategico del regno è di contrastare l’influenza iraniana, con o senza l’aiuto degli Stati Uniti.

I grandi campi di battaglia di questa rivalità sono la Siria e lo Yemen. In Siria, l’Arabia Saudita si sforza di rovesciare il presidente Bashar al- Assad, prezioso alleato degli iraniani e tenta di unire i gruppi di oppositori. L’Iran, invece, continua a sostenere Assad con l’aiuto della Russia.

La guerra è diventata un pantano. Dato che nessuno dei campi vince, le violenze probabilmente continueranno. Le recenti iniziative promosse dagli Stati Uniti per negoziare un compromesso pacifico in Siria, si sono scontrate con la diffidenza dei due paesi. Le proposte di accordo prevedevano la sostituzione di Assad con uno dei suoi alleati e quella del primo ministro con un rappresentante legato al campo saudita. L’Iran ha rifiutato dopo che i candidati sono stati scartati dall’Hezbollah.

In Yemen la campagna militare lanciata nel marzo del 2015 dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati è velocemente sfociata in un’altra impasse. I combattenti Houthi pro-iraniani e le forze leali all’ex presidente Ali Abdallah Saleh hanno respinto le forze yemenite del Sud sostenute dall’aviazione e le forze speciali saudite ed emiratine. Le negoziazioni per concludere il conflitto non sono andate in porto e senza un’invasione vera e propria, poco probabile date le perdite che provocherebbe, anche questo conflitto è destinato a protrarsi.

L’esecuzione di Nimr da parte dell’Arabia Saudita si iscrive in una vasta campagna di repressione: 47 persone condannate a morte per terrorismo, tra cui il sceicco, sono state giustiziate. Le reazioni dell’Iran e dei suoi affiliati (violente manifestazioni hanno avuto luogo a Teheran, in Iraq e in Bahrein) hanno rivelato la profonda inimicizia tra i due campi.

Sul breve termine, la reazione iraniana conviene ai dirigenti sauditi perché rinsalda i suoi legami con l’opinione sunnita dentro e fuori il regno. Ma senza pressioni esterne che porterebbero i due paesi al tavolo delle negoziazioni, i tentativi di ristabilire un equilibrio in Medio Oriente si areneranno sulla loro rivalità che potrà sfociare in tensioni crescenti con conseguente degradazione della situazione regionale che è già deteriorata.

Bernard Haykel è professore al dipartimento del Near Eastern Studies e direttore dell’Institute for Transregional Studies dell’università di Princeton.

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I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Arabpress.eu


Chiara Cartia

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